Cuori infranti nella pallavolo

Un sabato, è tardo pomeriggio;

immagina questo dialogo con una ragazzina:

Oggi abbiamo perso… e malamente.

In pratica era come se non fossimo in campo, non abbiamo praticamente giocato!

Cosa vi ha detto l’allenatore prima della partita?

Le solite cose:

i ruoli: 7,4,13, 10,6,3; centrali 3 e 13.

Murare sottorete ed attenzione ad eseguire correttamente la ricezione in bagher.

Chiamate sempre la palla e stringete in difesa.

Dai!

Bene; questo breve dialogo mi ha fatto nascere la voglia di scrivere un post sul ruolo dl coach e su cosa significa gestire un gruppo.

Ogni allenatore cura giustamente la componente tecnica degli atleti e del gruppo/squadra.

Negli allenamenti vengono dedicate lunghe ore a provare, assimilare, perfezionare movimenti, posizioni, schemi. Un po’ alla volta le cose girano meglio, i colpi entrano, ci si trova ad occhi chiusi, si prova il gusto del tocco col pallone e della rifinitura. Addirittura si comincia a definire il proprio stile, decidendo a chi si assomiglia e quali siano i colpi o i movimenti preferiti.

Insomma, si entra un po’ alla volta nello sport e nella sua pratica e lo sport e le sue componenti entrano nell’atleta; è proprio in questa fase che un praticante, secondo me, inizia ad essere un atleta: cioè quando avverte la padronanza sull’attività agita e inizia a prendervi gusto, a sfidare se stesso, a crescere con consapevolezza e determinazione.

Questa evoluzione avviene in termini individuali e di squadra – in uno sport come la pallavolo – ma anche in sport individuali il gruppo svolge una funzione importante, in termini di clima e di relazione.

Tutto ciò funziona generalmente molto bene fino a che si rimane nell’accogliente situazione dell’allenamento: si tratta di un contesto ormai divenuto abituale, si ritrovano riti, movimenti, posizioni, schemi, situazioni note e verso le quali si è preparati. Non ci si aspetta nulla di imprevisto; il livello di stress atteso e di sollecitazione subìta è basso.

Generalmente, in questa condizione, solo gli atleti più avveduti e lungimiranti tirano egualmente fuori tutta la grinta di cui dispongono e danno il meglio, simulando la competizione.

L’agonismo, la partita: qui tutto ovviamente cambia.

Le situazioni che l’atleta si trova ad affrontare ed a gestire positivamente sono molto meno prevedibili ed una delle tattiche del tuo avversario è proprio quella di scoprirei tuoi punti deboli e di metterti in difficoltà, fin da subito.

Gli atleti e gli allenatori più determinati al successo non affidano le vittorie al caso, ma si preparano ad affrontare proprio ‘quell’avversario’ adattando la propria azione, i tempi e la strategia alle sue caratteristiche peculiari. E curano soprattutto i primi momenti, sapendo quanto è importante l’influenza psicologica sul proprio gruppo e su quello avversario dei primissimi momenti di gioco.

Insomma: competizione ed allenamento sono due situazioni molto varie e l’atleta può reagire in modo molto diverso, esaltando o annullando la propria abilità. Perché? Perché entra in ballo la mente ed il pensiero, nel senso che la situazione in atto viene soggettivata attraverso le categorie mentali di chi registra, classifica e risponde a quella situazione.

Nella competizione ‘entra in gioco’ in modo evidente e rilevante la competenza emotiva del saper controllare e gestire le diverse situazioni che si presentano, con particolare attenzione per quelle inaspettate, negative e complesse.

La resistenza allo stress, ovvero la capacità di non lasciarsi sopraffare dalla situazione, costituisce una caratteristica propria di tutti gli atleti che ottengono grandi risultati, proprio grazie ad un equilibrio stabile e positivo tra sé e le situazioni che si trovano ad affrontare.

Parlando di ragazzi e bambini è evidente come il ruolo dell’allenatore sia fondamentale, non soltanto per il perfezionamento tecnico, quanto per affiancare il bambino ed il giovane in una maturazione caratteriale ed emozionale che si rivela indispensabile per raccogliere risultati nella pratica agonistica e per permettere all’atleta di godere dell’attività sportiva e di viverla come piena realizzazione delle capacità ed aspettative.

Attraverso una accorta gestione di queste componenti della persona, il coach può riuscire ad ottenere risultati molto più significativi, che operando prettamente sul piano della tecnica sportiva; essere effettivamente coach significa curare la dimensione emotiva del singolo e della squadra, lavorare attentamente sul piano motivazionale, inspirare grinta, fiducia in sé e nei compagni, entusiasmo, consapevolezza dei propri punti di forza (ovviamente l’allenatore deve sentire queste cose dentro di sè… altrimenti trasmette parole vuote e di sicuro non utili!)

Il coach è la squadra, vive con essa e non se ne dissocia mai; non è un esterno.

Per capirsi: usa il noi e non il voi, quando parla alla e della sua squadra o ai e dei suoi atleti.

Per concludere: in questo modo lo sport diventa per un giovane una fantastica metafora della vita, grazie alla quale può sperimentare se stesso e le proprie strategie di approccio alla diverse situazioni con le quali interagisce.

Ma… se lo sport è una metafora della vita, anche il ruolo dell’allenatore è una simbologia della figura di chi gestisce e fa crescere le persone, in ogni ambito.

Anche nella gestione di un gruppo nel mondo del lavoro le chiavi del successo sono le stesse.

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