Il Partito del lavoro

In questi giorni, sempre più frequentemente, si sente e si legge che il nostro paese funziona su un sistema di relazioni sindacali e di norme del diritto del lavoro vecchie ed ingessate, che fotografano una realtà che non esiste più. non riconoscono un contesto – micro e macro – profondamente cambiato, rispetto a quando nacquero i principi base che le ispirarono, figli di un epoca di consociativismo che appare necessario superare, rimuovendone la cultura.
Su Corsera di domenica 13 giugno Dario Di Vico afferma:

Appena si prospetta un vero quesito, il sistema italiano delle relazioni industriali imperniato su contratti nazionali e statuto dei lavoratori appare per quello che è: irrimediabilmente datato. Fermo alla sua età dell’oro, costruito attorno a un’idea novecentesca della competizione economica. … Non sa che le divisioni tra lavoro autonomo e dipendente hanno molto meno senso di prima.

Sullo stesso quotidiano Roger Abravanel sottolinea come

La ‘trappola del sommerso’ non è solo la concorrenza sleale che impedisce alle imprese migliori (anche qui piccole, medie e grandi) di crescere, ma anche la bassa efficienza delle imprese del sommerso che non possono permettersi personale di qualità, investimenti in tecnologia, credito bancario facile e a costi accettabili e assicurazione contri i rischi. Alla fine competono solo sulla base del prezzo e lo fanno pagando poco la gente.

Questa situazione richiede un intervento complessivo, che non si fermi alla riscrittura delle regole (o peggio a pezzi sparsi di regole), ma vada alla base della cultura che scrive queste regole.

Il lavoro è stato progressivamente svuotato di ogni elemento che non sia economico, mentre esso da sempre si lega in modo molto forte con la persona.

Dopo aver saputo il nome di uno sconosciuto, si chiede cosa fa di lavoro.

Il lavoro è elemento essenziale della socialità di un individuo e dell’espressione della sua personalità.

Il lavoro non è solo fatica; è anche fatica, impegno, dedizione, ma nel senso bello dei termini; è soprattutto opportunità per fare della propria esistenza ciò che si vuole.

Il lavoro è un diritto, ma solo se la parola è legata al corrispettivo dovere; un diritto-dovere dove il sociale si coniuga col privato.

Questo punto è di grande importanza, proprio in un periodo in cui si affronta costantemente il tema della riforma degli ammortizzatori sociali. Avendo avuto occasione di seguirne da vicino alcuni passi, ho maturato l’impressione che si voglia costruire una sorta di assicurazione esterna per salvaguardare la persona (e la famiglia) da ogni possibile contraccolpo legato a problematiche più o meno legate al mercato del lavoro.

Penso che questo approccio sia sbagliato, non tanto perchè non sia corretto garantire un reddito ad un nucleo familiare, quanto perchè mi pare rischioso promuovere questo tipo di scelte che rischiano di lanciare messaggi di disimpegno alle persone e soprattutto ai giovani.

Vorrei invece che si puntasse a considerare il lavoro come una parte importante della vita e dell’individuo, come una dimensione esperienziale che cresce e si modifica con l’individuo, che gli dà da mangiare ma anche offre aria per la sua mente e la sua vita, che gli permetta di crescere i figli ma anche di avere qualcosa da insegnare e raccontare loro.

Vorrei fosse supportata la dimensione sociale del fare non solo per sé ma per la società, proprio ora che vige invece un clima di esasperato individualismo, arrogante e meschino, ove il fine individuale, anche misero, giustifica ogni mezzo. Proprio mentre le società occidentali sembrano entrare in un buio baratro economico e culturale.

Immagino un’educazione al lavoro che costituisce metafora della responsabilità personale vissuta con determinazione e coerenza, quale unica risposta sensata per non essere divorati dall’incertezza di dover sempre dipendere da altri e dalle circostanze.

Sul tema della responsabilità si può innestare il sostegno, l’aiuto momentaneo; possono operare maestri e mentori per aiutare l’individuo a forgiare la propria responsabilità autotelica e proattiva, guardandosi bene dal sostituirsi ad essa e dall’accettare una delega in bianco.

E’ la stagione della responsabilità e delle scelte veloci; il lavoro può diventare la soddisfazione e non la croce di ognuno di noi.

Grazie per l’attenzione.

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4 thoughts on “Il Partito del lavoro

  1. ciao Andrea,
    mi permetto di far mio quello che hai scritto per tuo figlio visto che oggi è anche il mio compleanno, diciamo che mi regalo questa riflessione.
    So che sono stati molto interessanti anche i tuoi interventi a Treia, cosi mi riferisce mio figlio Andrea che lavora in Fondazione Studi……
    buona giornata

  2. Caro Andrea;
    appoggio pienamente la tua tesi, bellissima affascinante e piena di spunti di riflessione.
    Il problema di base è la cultura di questo Paese che anche e soprattutto in questo periodo di crisi purtroppo dall’utilizzo degli ammorizzatori sociali temo stiamo ottenendo l’effetto esattamente contrario: sfrutto fin quando riesco e se lavoro faccio quello che riesco tanto anche l’azienda fa i suoi interessi !!! (veramente desolante).
    E’ la triste realtà e sono un pò demoralizzato.
    Quello che tu scrivi per me è la chiave non solo di uscita dalla crisi ma la vera chiave del rilancio, il problema è far passare questo messaggio.
    Noi CDL non nell’ultimo ma nel penunltimo congresso nazionale, abbiamo fatto una proposta di riforma degli ammorizzatori sociali che era basata sul senso di responsabilità di ogni individuo, individuo che sarebbe stato il “padrone” della sua dote di ammortizzatore sociale, sia esso basato su politiche attive o passive del lavoro.
    Forse ripartire da quella proposta potrebbe essere un buon punto di partenza.
    Ma la cultura sociale del nostro Paese portebbe per assurdo ad un feroce scontro sociale.
    Forse sono troppo pessimista ma nonostante questo sono disposto a seguirti sulla tua strada.
    A presto.
    Ciao Claudio.

  3. Lascio solo una riflessione.
    Anni fa qualcuno si inventò il “sei politico”.
    Oggi non possiamo pensare ad un “sostegno sine die” anzichè ad un TEMPORANEO ammortizzatore sociale, semplicemente perchè non abbiamo risorse infinite.
    Non resta che un unico filo conduttore: RESPONSABILITA’, RESPONSABILITA’ che va inculcata al soggetto fin dall’ASILO, cacciandogli in testa che – subordinato e/o autonomo – non può pensare che altri si facciano INTERAMENTE carico dei suoi problemi.
    Ciao.
    Claudio

  4. Ciao Andrea
    Ho letto con grande attenzione i pensieri che sono nati come regalo per Tuo figlio, ma che sono stati anche momenti di intensa riflessione per me e non solo perché sono una Consulente del Lavoro.-
    Mia figlia Valeria ha appena compiuto 17 anni e da sempre ho cercato, e cerco tuttora, di “trasmetterle nel tempo” … pensieri, parole, …emozioni .
    Io pure ho un regalo di compleanno, anche se del giorno dopo, per Roberto e per Paolo: è una frase del Piccolo Principe, libro tanto amato, che mi sembra particolarmente ricca di significati

    “Gli uomini coltivano 5000 rose nello stesso giardino… e non trovano quello che cercano… e tuttavia quello che cercano potrebbe essere trovato in una sola rosa o in un po’ d’acqua. Ma gli occhi sono ciechi. Bisogna cercare col cuore!”

    Mara

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