2. Ancora sullo smart working

Mi è capitato negli ultimi giorni di rimanere alquanto perplesso, leggendo alcuni articoli scritti da esperti di varie discipline, in tema di smart working.

L’argomento comune è spiegare che quanto si sta sviluppando in molte case in queste settimane, non è il vero smart working; stiamo parlano di un lavoro tecnologico da casa, per di più costretto e non voluto.

I lavoratori si sono dovuti reinventare di sana pianta e da soli, in un ambito in cui non erano assolutamente preparati.

Annaspano (e talvolta affogano) fra videochiamate e chat di Whatsapp a qualunque ora, la gestione del tempo fatica a trovare una sistemazione logica, proliferano riunioni ed incontri on line, come anche webinar e seminari, più o meno riusciti.

Inoltre, non sempre le connessioni supportano tutto questa nuova attività sulla rete, magari intrecciata con le lezioni on-line dei figli.

Chiaramente la situazione descritta negli articoli è reale, assolutamente.

Eppure, proviamo ragionare un momento proprio sul termine smart; significa intelligente, brillante, elegante.

Bene, le persone che si trovano nella situazione di “impaccio lavorativo” sopra descritto, sono le stesse che sino ad un mese or sono non avrebbero mai immaginato di lavorare da casa, di utilizzare certi strumenti ICT e di trovarsi magari con anziani malati o morti, congiunti in grande difficoltà, figli chiusi in casa per diversi mesi di fila e comunque “a carico” sino a settembre, a quanto sembra alla data odierna.

Credo che queste persone, che in un articolo precedente ho chiamato i catapultati digitali, abbiano dato prova di essere brillanti, perché sono riuscite ad adeguarsi in tempo zero ad un contesto assolutamente imprevedibile e hanno ottenuto dei risultati, che in condizioni normali avrebbero richiesto una pluralità di corsi di formazione, di momenti di aggiornamento, di istruzioni operative e circolari aziendali, per arrivare ad un traguardo sicuramente inferiore a quello raggiunto sino ad oggi.

Sono convinto, che tutto questo sia comunque una forma di smart working, perché dimostra che, anche se sono stata colte totalmente alla sprovvista, se hanno fatto o stanno facendo fatica, queste persone sono riuscite comunque a reagire, reinventarsi e rileggere il proprio lavoro, in modo brillante.

E per farlo ci vuole intelligenza; soprattutto in un momento di tensione, ansia e preoccupazione diffusa per la salute. Una condizione davvero nuova per individui abituati a dare per certa la soddisfazione dei bisogni primari.

E, a casa, credo anche che ognuno si sia sforzato di costruire al meglio la propria nuova collocazione operativa, con tutti i limiti esistenti. Chi su uno strapuntino, chi in cucina, chi in bagno, chi usufruendo di una camera libera, magari perché un familiare non ha potuto rientrare.

Così, ha cercato la propria collocazione e sono certo si sia sforzato di realizzarla nel modo più confortevole, bello ed elegante possibile, oltreché funzionale. Anche questo, senza aver seguito lezioni di ergonomia o di compatibilità ed interfacciamento dei diversi dispositivi.

Lo ha fatto, lo abbiamo fatto, per cercare di ritrovare quella normalità, che era appena stata scippata dalla segregazione sociale e lavorativa imposta dal virus, dopo essere stati completamente sbalestrati. Ma anche per potersi presentare nelle videochiamate e riunioni on line, in modo coerente alla propria identità a immagine professionale, magari scoprendo che Skype viene in aiuto, con la funzione che permette di sfuocare sfondi non proprio… ortodossi!

Immaginiamo di aver potuto assistere, a distanza, alla costruzione di queste postazioni, tanti campi base, nuclei di certezza e stabilità, dai quali spingersi ad esplorare ambiti nuovi del lavoro, delle tecnologie e delle modalità organizzative, ma anche alla quale poter tornare come a un porto sicuro.

Considero intelligente il lavoro che riesce ad unire l’utile, cioè la produttività e la retribuzione, con lo stare bene della persona e del nucleo familiare che le ruota intorno. E questo lo è stato e lo è, coerentemente col momento.

Concordo pienamente, che questa forma un po’ selvaggia e autogestita di lavoro tecnologico da casa non possa costituire un paradigma pienamente valido per il futuro, ma ritengo stia costituendo un passaggio comunque molto importante, in termini esperienziali.

Mi spiego meglio; generalmente si acquisiscono le conoscenze per svolgere un’attività, poi si sperimentano le competenze necessarie e in conclusione ci si mette concretamente all’opera e, un po’ alla volta, si aumenta il grado di consapevolezza in materia.

Quello che è accaduto ha capovolto la sequenza; stiamo acquisendo rapidamente molta consapevolezza, senza possedere conoscenze e competenze adeguate. Faremo più fatica, senza dubbio, ma siamo anche meno prevenuti e scommetto, che parecchi di noi stanno sperimentando molto più liberamente, che se avessero già ricevuto uno specifico inquadramento, limitante.

Quando in futuro, ad acque più calme, ci sarà da riaffrontare il tema smart working, sono persuaso che i datori di lavoro lo sapranno organizzare con le idee molto più chiare e concrete ed i lavoratori avranno una maggiore consapevolezza su come meglio gestire la propria alternanza fra casa e lavoro.

E spero se ne ricordi anche chi andrà, presumibilmente ad aggiornarne le regole.

Stiamo vivendo la situazione conosciuta da molti che, come me, hanno frequentato l’università lavorando; avere conoscenza concreta della realtà lavorativa, ci aiutò a comprendere in modo più consapevole quanto stava scritto sui libri o veniva detto a lezione.

Come sempre, il bicchiere è mezzo pieno.

Grazie per l’attenzione e Forza!

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