Volersi (s)fidare

Durante quest’ultimo anno abbiamo potuto comprendere bene cosa abbia significato essersi progressivamente allontanati dal concetto di rischio e dal confronto con la paura.

Ci eravamo allontanati, ma abbiamo impattato tanto violentemente quanto inaspettatamente in rischi e paure mai vissute prima. Davvero un corso accelerato, direttamente sul campo!

L’atteggiamento che nega o minimizza rischi e paure non aiuta poi a garantire quella saldezza di nervi e chiarezza di visione che è indispensabile per mantenere il timone diritto anche in questa situazione assai particolare, che richiede grande attenzione nel gestire le emozioni, per conservare la capacità di lettura del contesto e di azione rapida e determinata.

Abbiamo tutti imparato che le crisi gravi esistono e che è importante essere preparati; con rischi e paure è sempre importante confrontarsi con determinazione e intelligenza; metabolizzare le lezioni apprese sulla propria pelle, imparando dagli errori e non negandoli, ma attribuendo loro un importante valore formativo. Dare la colpa ad altri non serve; meglio avere ben chiaro cosa abbia funzionato, per riproporlo, e cosa no, per evitare di sbagliare nuovamente.

Proprio per questo motivo, ora più che mai l’imprenditore ha anche una funzione sociale, quasi genitoriale, verso i collaboratori e soprattutto nei confronti dei più giovani, affinché un po’ alla volta si sentano sicuri nell’assumere decisioni e comprendano come possano essere depositari della fiducia del titolare, a fronte di atteggiamenti responsabili. Va abbracciato con decisione il valore della cura delle persone, visto che la crisi in atto ne ha fatto emergere tutta la fragilità. Serve assolutamente lavorare per creare una cultura organizzativa che garantisca condivisione ed engagement e stimoli un’autonomia responsabile ed un buon livello di collaborazione.

Oltre alle persone, anche i sistemi organizzativi e le strutture aziendali vanno essere rese maggiormente resilienti e accoglienti, anche attraverso i cambi di mentalità che si dovessero rendere necessari (qui il concetto di sfida!). Va pensato e sviluppato un impianto organizzativo che eviti strozzature, percorsi contorti e soprattutto i frequenti single point of failure, i processi nei quali tutto dipende da una singola persona, mancando la quale le cose si bloccano inesorabilmente, creando un senso di impotenza e disorientamento. Non mi riferisco solamente al capo, ma comprendo tutte le situazioni in cui una parte delle conoscenze operative o tecnologiche necessarie al sistema sono possedute da un’unica figura, della quale non esiste nemmeno un back-up. E sappiamo bene quanto questo sia frequente nelle piccole organizzazioni!

Importante è rendere disponibili strumenti adeguati a gestire efficacemente i processi fondamentali e a garantirne la produttività, anche in condizioni complesse, quali ad esempio il lavoro da remoto, grazie anche a un buon livello medio di autonomia e padronanza nell’utilizzo di queste tecnologie. Un sistema di comunicazione che garantisca in modo naturale l’interazione a distanza delle persone, non solo per la gestione delle informazioni operative, ma anche per mantenere il senso di appartenenza, soddisfare i bisogni di socialità e promuovere la continuità dei feedback da parte del leader.

Forza!

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