La sfida della complessità si vince ogni giorno (A patto di non rifiutarla)

Complessità e caos, questa è (purtroppo?) la realtà con la quale facciamo i conti quasi ogni giorno.

Tutto ciò pesa, non gratifica e alla lunga risulta usurante.

Che fare? Come scritto nel titolo, il primo errore consiste nel rifiutare la complessità, quasi non volendo ammettere che essa è ormai diventata la cifra caratteristica dell’esperienza quotidiana.

Voler andare avanti infilando la testa in un sacchetto e aspettandosi che vada tutto bene, beh, non mi sembra una scelta vincente. Proprio per niente.

Certo, soprattutto ad una certa età (potremmo discutere a lungo su quale essa possa essere) è comprensibile ambire ad un po’ di quiete e serenità, ma se questo significa attendersi che tutto vada sempre secondo i propri piani…

Di questi tempi poi!

A mio parere conviene accettare la complessità come compagna di vita, quasi fosse l’ombra che vive assieme a noi. Si è parlato e sparlato abbondantemente di resilienza; di questo termine cerco di tenere ciò che particolarmente mi affascina. E non intendo la mera capacità di resistere (peraltro importante), quanto il voler (e sottolineo voler) imparare dall’esperienza, smettendo quindi di limitarsi a subire gli errori e i problemi, ma facendoli diventare preziosi ed insostituibili indicatori per orientarsi nel proprio personale percorso di miglioramento continuo.

Affrontare la complessità richiede energia, tanta energia, sia psichica che fisica, per lavorare sulla propria zona confort in modo proattivo e con il giusto atteggiamento. Fondamentale dunque volersi bene, nel fisico e nello spirito, nella consapevolezza che il lavoro è importante, ma che bisogna sempre dedicarsi del tempo per recuperare l’energia e l’entusiasmo messi in campo, pena lo spegnersi piano piano e lo smettere di amare il proprio lavoro.

Aiutano le relazioni sociali, il network professionale nel quale si è inseriti: attenzione dunque a non trascurare l’empatia, quale fondamentale capacità di interagire con gli altri e di gestire una rete di riferimenti di qualità.

E non va dimenticata la capacità imprenditoriale, fatta di capacità di visione, di una buona gestione del tempo e di un sufficiente grado di automotivazione. Inoltre, avere un progetto, un traguardo, uno stimolo aiuta e permette di gestire il tempo selezionando le priorità e gli impegni, imparando anche a dire di NO, quando serve.

Con un progetto finalizzato si utilizzano meglio le unità di tempo più brevi (giorno, settimana), perché si adotta una programmazione delle cose da fare e ci si da’ un ritmo adeguato. Le unità di tempo più lunghe, invece, ad esempio l’anno e il mese, acquisiscono maggiore senso, perché segnalano le tappe intermedie e i traguardi del proprio percorso. Per me ogni anno ha un “titolo”, che corrisponde al traguardo principale che voglio raggiungere.

Il progetto, insomma, aiuta in due modi: a mettere a fuoco le priorità e a darsi lo slancio ed il ritmo necessario per trasformarle in realtà, riuscendo a conservare il timone ben fermo verso la direzione prescelta, anche se il vento e le onde provano ad ostacolare la navigazione.

Ma si può arrivare a destinazione anche col vento contrario, mentre un vento favorevole non serve a nulla se non si sa quale direzione prendere.

Grazie per l’attenzione e forza!

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