Abbandona ogni riserva, quando varchi quella soglia!

Sono d’accordo.

Sono veramente d’accordo.

Una delle cose più complesse per ogni lavoratore è comportarsi in modo davvero professionale. E non mi riferisco alla messa in atto delle competenze di natura metodologica e operativa, quanto piuttosto ai comportamenti organizzativi ed agli atteggiamenti relazionali.

Ovvero, smettere di essere ottusamente egocentrato e cominciare realmente a pensare ai colleghi, ai clienti ed all’azienda.

Già, sono convinto che la professionalità vera e matura sia racchiusa proprio in questa capacità; essere in grado di comportarsi ed atteggiarsi coerentemente con il ruolo per il quale si viene retribuiti (e che si è accettato sottoscrivendo un accordo) e non per se stessi in quanto tali.

Oggi voglio affrontare questo tema attraverso un’affermazione forte e potenzialmente controversa:

Porte e cancelli servono alle aziende per demarcare il confine fra persona (in senso privato) e collaboratore, titolare, manager.

Ed alle persone dovrebbero invece servire per cogliere il messaggio che l’organizzazione lancia e predisporsi ad assumere prontamente e con costante determinazione (cioè praticamente ogni giorno 😀) i comportamenti organizzativi e gli atteggiamenti comunicativi e relazionali più idonei con il ruolo ricoperto.

E questo tanto più, quanto più rilevante è la posizione del soggetto in questione, posto che l’abitudine positiva ad indossare quotidianamente i corretti panni richiesti dalla funzione ricoperta costituiranno di certo un riferimento costante ed un esempio assolutamente valido per colleghi e sottoposti.

Ma, come sempre, tutto ciò non accade per caso e dunque serve quella dose di intelligenza e consapevolezza organizzativa, di leadership personale, di automotivazione, per non scordare mai di mettere in campo questo esercizio che porta la persona ad interpretare correttamente il ruolo che le è stato assegnato o che ha scelto per sé, nel caso si tratti di un titolare.

Ecco dunque, che la soglia di accesso al luogo di lavoro può avere una funzione trasformativa; passando attraverso di essa l’individuo entra nei panni che è pagato per indossare, mettendo in stand-by tutto quanto può ostacolare questa operazione ed influenzare negativamente il suo modo di stare e di operare nell’organizzazione. Ad esempio, per proporre come esempio alcune delle situazioni più frequenti, antipatie e simpatie, rancori e pregiudizi, preclusioni e chiusure.

Proprio come un attore entra nei panni del personaggio cui è chiamato a dare vita, arrivando addirittura a modificare il proprio corpo per meglio adeguarsi a copione e sceneggiatura, o uno sportivo mette in secondo piano preoccupazioni e menate, per preservare la propria capacità atletica.

E tutto questo avviene ad un livello tanto più elevato, quanto maggiore è la caratura professionale dell’attore o del campione sportivo.

E’ semplice ragionare ed agire in questi termini? Probabilmente no, soprattutto all’inizio.

E’ comunque possibile provarci? Certo! Possibilmente garantendo una certa continuità all’esperimento.

Le persone che condividono il quotidiano con un collega che si sforza di affrontare il lavoro in questo modo ne troveranno un beneficio? Assolutamente sì! Provare per credere.

Grazie per l’attenzione e forza!

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