Si può essere contro-intuitivi?

Ma che si fa se in un’azienda tutto (o almeno molto) sembra andare per il verso storto e chi ci lavora non vede un po’ di luce all’orizzonte?

Alcune opzioni possono essere: andarsene verso lidi migliori, oppure adeguarsi all’andazzo complessivo, rinunciando ad essere lavorativamente se stessi e accettando di venire svuotati da chi non vuole o no sa far funzionare un’azienda.

Ma che si fa se in un’azienda tutto (o almeno molto) sembra andare per il verso storto e chi ci lavora non vede un po’ di luce all’orizzonte?

Alcune opzioni logiche possono essere:

  • andarsene verso lidi migliori,
  • oppure adeguarsi all’andazzo complessivo, rinunciando ad essere lavorativamente se stessi e accettando di venire svuotati da chi non vuole o no sa far funzionare un’azienda.

Ma c’è una possibilità ulteriore? Io credo di sì.
Può essere che una persona non se la senta di andarsene, per paura, legame con l’organizzazione ove opera, abitudine…, ma che non voglia neppure annullare sé stesso in un piatto qualunquismo professionale.
Penso sia possibile armarsi di coraggio e prendere una decisione contro-intuitiva, comportandosi “come se” si fosse in una situazione che permette, anzi favorisce, il massimo impegno e la somma determinazione verso il proprio lavoro.
Che ci guadagna chi decide di comportarsi in questo modo:

  • si annoia di meno, evitando di entrare in un loop di progressiva demotivazione;
  • lavora sulla propria capacità di resilienza, competenza sempre attuale ed oggi più che mai;
  • si mantiene fresco e vivo professionalmente, cosa che non fa di certo male, qualora decidesse di fare il salto verso un lavoro diverso;
  • costruisce comunque una credibilità personale ed una reputazione propria, che nessuno gli può togliere e che rappresenta per lui un’assicurazione sulla propria occupabilità.

Certo, anche per fare tutto questo serve molto coraggio; ma anche darselo è una scelta!

Grazie per la tua attenzione!

Ma sono davvero sicuro di aiutare mio figlio?

Sul Corriere di sabato 21 maggio Dario Di Vico commenta il rapporto ISTAT, per quanto riguarda la funzione di welfare che le famiglie svolgono nei confronti dei figli, in questi anni di difficile congiuntura economica e di stasi del mercato del lavoro.

Al di là che una attenta scelta del percorso formativo rende decisamente più agevole l’individuazione di un posto di lavoro, anche rispetto a chi ha conseguito un diploma di laurea meno appetibile, per non dire poi dei NEET, quello che mi ha davvero colpito sono queste parole:

La famiglia-welfare porta con se’ anche qualche distorsione di carattere culturale… I padri che hanno sempre ragionato equiparando la mobilità sociale al superamento delle occupazioni manuali tendono a riproporre lo stesso schema anche per la prole, non tenendo conto che … La complessità moderna sta abbattendo vecchi steccati.

Ammetto di essere legato allo schema, anche se la rappresentazione mediatica del lavoro dedica sempre maggiore attenzione a figure professionali che operano fuori dagli schemi classici del lavoro d’ufficio. Cuochi, arredatori, restauratori e quant’altro; il punto in comune a me sembra la creatività e la capacità d’intraprendere.

Mi capita sovente di pensare positivamente a questi mestieri, ma mi rendo anche conto che la mia esperienza e cultura professionale mi influenza non poco. Se cerco di proiettare il mio sguardo sui ragazzi, faccio davvero fatica ad immaginare soluzioni professionali per me “non canoniche”,  anche se queste forse oggi  gratificano maggiormente, sia dal punto di vista economico che da quello delle soddisfazioni personali.

In fondo anche qui si parla di cambiamento!

Gestire il cambiamento

Gestire il cambiamento.
Facile a dirsi.
Gestire il cambiamento richiede, in primo luogo, di creare un momento in cui si marchi un discontinuità.
Riconoscere e accettare la discontinuità deve essere una azione sviluppata non attraverso la costrizione, ma sulla base di un coinvolgimento che lavori sulle emozioni di chi sarà chiamato ad interpretare il cambiamento.
Il processo, insomma, si gioca sulla faccia e sulla partecipazione degli attori che lo propongono, sulla loro credibilità e sulla capacità di sviluppare un rapporto di fiducia con chi viene coinvolto.
Una volta avviato il percorso va condotto, presidiato e gestito con continuità.

Insomma, una questione di leadership.

Formazione organizzativa (può aggiustare le cose!)

A dire il vero, il mestiere che aveva sempre sognato non esisteva. Da ragazzo, al paese, aveva come l’impressione che un sacco di gente non fosse al posto suo, o prendesse una strada sbagliata unicamente perché non aveva le idee chiare. E immaginava un uomo di infinita saggezza, e soprattutto di infinita perspicacia, al tempo stesso medico e sacerdote, un uomo in grado di intuire con un’occhiata il destino delle persone […] Un uomo da consultare come si consulta un medico. Una specie di accomodatore di destini. E non solo perché intelligente […] ma perché capace di vivere la vita di chiunque, di mettersi nei panni di chiunque (La prima inchiesta di Maigret: 87).

Quando era giovane e fantasticava sul futuro, non si era forse immaginato un mestiere ideale che, malauguratamente, nella vita non esiste? Non l’aveva mai detto a nessuno e non aveva mai pronunciato quelle parole, nemmeno fra sé e sé, ma avrebbe voluto fare il «raddrizza-destini». D’altra parte, ed era una cosa piuttosto curiosa, nella sua carriera di poliziotto gli era capitato abbastanza spesso di rimettere in carreggiata persone che i casi della vita avevano indirizzato su una cattiva strada (Maigret e il corpo senza testa: 50).

Simenon creò Jules Maigret, “il Commissario” per antonomasia, probabilmente nella convinzione che certe vite non possano essere lasciate andare così come sono. Per questo nei romanzi faceva incontrare al personaggio in difficoltà la mente acuta ed il cuore buono di Maigret.

In fondo sono convinto che quello che si cela sotto un processo di formazione organizzativa sia sia proprio questo; attraverso un lento, ragionato e progressivo immedesimarsi nel contesto altrui, spesso non solo aziendale ma anche personale, iniziare a comprendere ciò che sta alla radice di una difficoltà, di un rifiuto, di una chiusura.
Iniziare a rendersi conto in modo diretto di situazioni, storie, pregiudizi, tensioni, così come sono percepite e vissute dai protagonisti, permette di cominciare a tessere i fili di una relazione, che si basa sulla credibilità personale del docente e costruisce sulla reciproca fiducia, offrendo ai propri interlocutori massicce dosi di attenzione e capacità di ascolto.

Questo modo di trattare i temi organizzativi non si limita affatto a trasmettere nozioni o pacchetti di conoscenza, ma concorre a riscrivere, un po’ alla volta, la realtà del quotidiano di un’azienda, un ufficio, un reparto. Cioè a non dare per scontato lo status quo, ma a lavorarci in modo diretto, concreto e coinvolto, per fare in modo che non si ripeta soltanto ciò che è, ma accada ciò che potrebbe essere.

Mi stupisce sempre notare come le persone che incontro in azienda e nei corsi considerino generalmente immutabile e definitivo il “mondo” in cui vivono e del quale spesso si lamentano, mentre con un po’ di accortezza e di buona volontà, di attenzione al dialogo e di apertura al conflitto, si possono affrontare e gestire molte situazioni, apparentemente bloccate, risolvendole o almeno migliorandole sensibilmente.

Sono convinto che già far capire che e come si possa “metter mano alle cose”, sia un meta-apprendimento di grandissima rilevanza. E’ necessario, oltreché utile, aiutare a comprendere quale ruolo ognuno di noi gioca in un’organizzazione e quanto sia importante il grado di responsabilizzazione individuale, per far in modo che il lavoro si trasformi in qualcosa di interessante e motivante e non solo nella triste e deprimente disgrazia che ci attende ogni mattina.

Grazie per l’attenzione che mi dedichi e per quanto, SONO CERTO, vorrai fare per diffondere questi concetti!

Il BLOG è a tua disposizione.

Il bello della formazione

No, purtroppo non sono io!

Battutacce a parte, mi capita talvolta di considerare quale grande fortuna sia avere in aula un’intera azienda, oppure un reparto, un’area, un settore.

Vedi cose che mai vedresti, perché stai davanti a loro e, se riesci a mettere un po’ di pepe nelle dinamiche interpersonali, molto spesso i partecipanti si mostrano “nudi”, come mai farebbero nel loro ambiente di lavoro.

In aula si forma questa sottile alchimia che favorisce la sincerità, soprattutto se riesci a creare un clima aperto e di fiducia con chi ti sta davanti.

Purtroppo la formazione viene associata alla lezione frontale (magari su contenuti “obbligatori”), al dover sopportare interminabili successioni di slide fitte fitte, spesso difficili da cogliere, impossibili da memorizzare.

Formazione come stare in aula ad ascoltare?
Affatto! Messa così la cosa, è davvero difficile immaginare che possa scaturire quell’interesse così necessario affiché avvenga realmente un processo di apprendimento e memorizzazione.

I corsi aziendali offrono una splendida occasione per rendere la formazione interessante, coinvolgente ed utile. Partendo da un programma di riferimento, le occasioni per sviluppare il dialogo e la partecipazione sono innumerevoli, soprattutto se si ha l’attenzione di limitare la numerosità dei gruppi e curare la disposizione dell’aula, eliminando le file ed i banchi e favorendo, invece, una disposizione più aperta, dove tutti i partecipanti siedano su un’unica linea e non abbiano nulla davanti a sé.

A questo punto il docente gode di un invidiabile punto di vista sulla comunicazione non verbale, a cominciare dalla scelta del posto (allineata o meno con le funzioni e la gerarchia aziendale) per passare poi alla postura assunta alle reazioni agli interventi dei colleghi (apertura, interesse, condivisione, dissenso, insofferenza…), ai feedback inviati al docente rispetto ai temi ed agli argomenti trattati, al clima d’aula all’inizio e durante le diverse fasi del corso, ecc.

L’aula di formazione, soprattutto se allestita in una sede diversa dall’azienda (indispensabile per non essere vittima di continue interruzioni e “uscite”), magari anche “bella”, costituisce un contesto neutro, che concorre ad attribuire al corso una dimensione lavorativa, ma non esclusivamente aziendale. Questa condizione piuttosto unica e non frequentemente vissuta dal personale, permette che durante la didattica si possa costruire una notevole condivisione che aiuta il singolo ad aprirsi maggiormente nei propri interventi. Grazie a questa disponibilità emergono quei particolare che aiutano il docente a calibrare al meglio il proprio intervento, riuscendo così a dare risposte concrete ai propri interlocutori ed all’azienda.

In conclusione i corsi di formazione aziendale sono una bella esperienza di crescita e coinvolgimento per i partecipanti, ma lo sono altrettanto per il docente, che deve avere il coraggio e la volontà di avviare ogni esperienza con grande attenzione all’ascolto attivo dei discenti soprattutto nelle fasi iniziali; per questo aiuta molto la preparazione approfondita sui temi trattati (altrimenti “comanda” la sequenza rigida delle slide) e la capacità di dedicare attenzione alle dinamiche che si manifestano, soprattutto se non si lascia al caso il layout dell’aula.

Grazie per l’attenzione!

Scelte

Le strade non sono molte, oggettivamente.

La prima prevede di annegare nella mediocrità indistinta. E allora la differenza la fa il prezzo e ti devi adeguare a fare di tutto.

Oppure scegli qual è la tua nicchia, ti rivolgi decisamente ad essa, decidi (e riesci) ad essere il migliore. E allora non sarà più questione di prezzo.

Difficile?!

Certo, ma… vuoi mettere?