Sviluppo organizzativo 2^ parte

Il gioco di squadra presenta molte sfaccettature e rappresenta una chiave interpretativa fondamentale sia del benessere organizzativo, che della produttività interna e della soddisfazione del cliente.

Insomma, non ci interessano eroi o solisti, ma persone intelligenti, capaci davvero di vivere e lavorare assieme agli altri.

 

Grazie per l’attenzione!

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Libertà? Scusa, in che senso?!

Certo!

Libertà per l’imprenditore di poter fare il suo VERO mestiere, quello di scegliere, di dirigere, di migliorare, di fiutare il mercato. Intraprendere, appunto, e non limitarsi a “fare”; per  quello esiste la delega.

La libertà si conquista lavorando secondo due linee d’azione parallele, ma strettamente interconnesse e in grado di influenzarsi reciprocamente in modo positivo e virtuoso:

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Fare ordine: l’efficienza di un’impresa dipende in gran parte dalla chiarezza dell’impianto organizzativo e dalla funzionalità operativa che caratterizza i principali processi. Creare le condizioni per migliorare queste due situazioni risulta particolarmente importante nei periodi difficili e di crisi, quando il margine economico va ricercato soprattutto nella capacità di ridurre i costi e le diseconomie, aumentando produttività e rendimento. Fondamentale risulta pensare e sviluppare le capacità professionali del personale, con particolare riferimento alle competenze-chiave (cioè quelle che possono contribuire al successo dell’azienda) e alle competenze distintive, che invece costituiscono e rendono riconoscibile lo stile e le peculiarità proprie dell’impresa e contribuiscono a distinguerla dalla concorrenza agli occhi del cliente.

Costruire clima: é cambiato il rapporto impresa-cliente. Questa la sfida da vincere per l’imprenditore, nella consapevolezza che non sono più solo il marchio o il nome a condurre il gioco, ma le scelte del cliente. Credibilità, attenzione e fiducia costituiscono fattori imprescindibili, indispensabili per rendere concreta la qualità offerta. Ad essi è strettamente connesso il valore dell’organizzazione e la capacità della stessa di raggiungere gli obiettivi definiti. Per riuscire a prendersi cura in modo davvero completo dell’esperienza del cliente, risulta fondamentale sviluppare una buona capacità di ascoltare, di conquistare l’attenzione e la fiducia dell’interlocutore, fattore per nulla scontato in un tempo in cui le persone sono soggette ad un eccesso di informazione, spesso di bassa qualità.
A tutto questo concorre in modo determinante la motivazione del personale e la qualità del clima interno. E chi se ne può prendere cura se non l’imprenditore?

Vuoi poter fare davvero il mestiere che ami?
Bene! Comincia(amo) da subito a prenderci cura di questi due pilastri della libertà imprenditoriale.

Ma lui, che cosa fa?

Ma lui che cosa fa?

Già, non sempre è chiaro quale sia il ruolo che una persona svolge realmente in un’azienda.
Soprattutto se non è presente un organigramma e le procedure e gli incarichi non sono ben definiti.

(A proposito: qui trovi degli utili approfondimenti su ruolo e organigramma)

Quando va bene, ma non sempre, al dipendente viene attribuita una mansione, spesso anche molto generica; correttamente il riferimento formale è dato dal contratto di assunzione, ma, dopo qualche anno non è detto che la situazione sia rimasta la stessa.

Ricapitolando, le cose stanno generalmente così:

  1. al dipendente viene affidata una sorta di “consegna di massima”, che spesso viene immaginata in modo differente da parte dell’azienda e della persona, con chiare ripercussioni sullo svolgimento delle attività quotidiane;
  2. non essendoci uno schema sulla base del quale operare – procedure, descrizione dei processi, metodi di lavoro, ecc. – l’integrazione fra con il lavoro dei colleghi è in gran parte affidata al singolo; si chiama in causa il buon senso (?), l’esperienza (ma una delle frasi più pericolose non è forse il classico “abbiamo fatto sempre così”?!), la buona volontà, le relazioni interpersonali;
  3. e comunque quanto sopra descritto, se va bene, funziona durante l’ordinaria amministrazione; in caso di difficoltà?

Immaginiamo un contesto aziendale dove l’attenzione sia posta soprattutto al fare e poco alla programmazione e all’organizzazione; quanto frequente pensi che sarà il verificarsi di ritardi di produzione rispetto alla data di scadenza pattuita con il cliente?
E quanto spesso ritieni che si potranno verificare delle incomprensioni che generano errori, determinano l’esigenza di rifare o modificare un prodotto, un componente, un servizio?
E secondo te, che aria tirerà in un’azienda così? Serena o piuttosto tesa, quantomeno nei momenti, purtroppo frequenti, in cui le cose non filano al meglio?
E in una situazione spesso fluida e con la comunicazione interpersonale sotto pressione, che genere di risorse servono?

Ecco dunque descritte in modo semplice e schematico quelli che a mio parere costituiscono due aspetti importanti dell’organizzazione e della gestione delle risorse umane in una piccola impresa:

  • è fondamentale costruire il “sistema” che poi si chiede al personale di far funzionare: senza questa attenzione preventiva in sostanza non si delega al singolo solo lo svolgimento di un’attività, ma gli si chiede implicitamente anche di integrarla nell’insieme dei processi. Mi sembra davvero troppo, soprattutto nei confronti di chi, per formazione ed esperienza, ha maturato un punto di vista settoriale e parziale, di certo non in grado di abbracciare l’insieme in modo armonico e sinergico, come invece dovrebbe essere.
  • si dimentica inoltre che il comportamento in condizioni normali o sotto stress si rivela spesso profondamente differente; si rischia dunque di selezionare una persona per come appare in condizioni normali, ma poi di metterla ad operare in un contesto ben diverso, senza avere idea di come potrà reagire. Infatti è solo nel momento della difficoltà che si può avere la chiara dimensione della capacità del dipendente di affrontarla in modo efficace e resiliente, senza perdere lucidità né accusare a posteriori i contraccolpi per i problemi affrontati o gli errori compiuti.

E’ chiaro quindi che molto dipende dall’esempio che il titolare dell’impresa offre ogni giorno ai collaboratori attraverso il proprio stile di direzione.
Quanto più lavorerà in termini di costruzione del sistema di funzionamento della sua impresa e tanto più potrà effettuare sia la selezione del personale che la successiva fase di delega, avendo ben chiaro il tassello da inserire nella sua squadra.
Gli risulterà molto più facile spiegare al dipendente cosa si attende da lui e al contempo sarà in grado di offrirgli sia lo sguardo d’insieme, sia il dettaglio che lo riguarda direttamente, evitando fraintendimenti, interpretazioni personalistiche o estemporanee.
Non da ultimo, grazie a questa azione preventiva, potrà pretendere risultati migliori da parte del proprio personale (puntare all’eccellenza, dunque), ma limiterà anche quei picchi di stress che, se sporadici, aiutano la creatività e la costruzione del team, ma se troppo frequenti funzionano al contrario.

Sempre a proposito di effetto esempio, fondamentale risulterà la modalità di gestione individuale e collettiva dell’errore.
Il titolare potrà infatti decidere se focalizzarsi sulla personalizzazione, riprendendo caso per caso ed eventualmente sanzionando, o se effettuare anche un’analisi oggettiva e conferire all’errore stesso una profondità prospettica, che aiuti a farne tesoro in chiave di miglioramento dei processi e della qualità dell’output.

Grazie per la tua attenzione.

[Foto scattata salendo lungo il versante a sud-ovest del Monte Ruiòch (TN), in direzione del Rifugio Tonini; luglio 2017]

In un pomeriggio di mezza estate

In un pomeriggio di mezza estate mi sono ritrovato a riordinare idee e appunti.

Complice una certa rarefazione degli impegni fuori studio, davvero provvidenziale, ho avuto l’occasione di riflettere sul lavoro degli ultimi mesi. Spesso lo riesco a fare solo mentre mi sposto, in viaggio, la sera; ieri mi è piaciuto avere a disposizione un tranquillo pomeriggio.

Sempre più spesso mi trovo a ragionare sui cambiamenti che sono chiamato a portare nelle aziende e a chiedermi quale deve essere la misura del mio intervento nei confronti delle persone che incontro o con le quali, talvolta, mi scontro.

Via via aumenta la consapevolezza che lavorare con le persone, soprattutto quando si entra sul “intimo” (abitudini, comportamenti, atteggiamenti e modalità di relazione con gli altri), sia una alchimia continua, nella quale esigere e basta non va mai bene.

Cerco di essere sempre trasparente; non amo il doppiogiochismo e credo che un rapporto basato sulla fiducia reciproca sia ciò che serve. Mi è capitato più volte di avere a che fare con individui disposti a calpestare qualsiasi cosa per ottenere una poltrona, una prebenda, un po’ di potere fine a se stesso. Purtroppo o per fortuna mi sono reso conto che non so stare a quel gioco e dunque me ne sono chiamato fuori; la storia non mi potrà annoverare fra i “furbi”.

Per questo il mio metodo di lavoro si basa sulla fiducia, “aprendo” per primo nei confronti dell’altro.
Come detto, cerco sempre di giocare il rapporto interpersonale a carte scoperte, senza avere come obiettivo primario il profitto, la prestazione, il risultato a qualunque costo.

Ciò che mi aspetto dalle persone con le quali lavoro è che maturino la consapevolezza che devono dare ciò che possono, niente di più, ma anche niente di meno, a prescindere da quanto questo sia.
Comprendo e rispetto le differenze individuali, ma a patto che queste siano coerenti con il vivere e il lavorare in un’organizzazione in modo rispettoso degli altri e produttivo per il sistema.

Questo lo metto in chiaro da subito:

proverai a farlo?

Ne avrai soddisfazione, da me e da te stesso….non vorrai provarci…. io non insisterò, se non per incitarti.

Riconoscerò e farò in modo che anche gli altri riconoscano gli sforzi che metterai in atto…ma se non vorrai impegnarti per quanto puoi, questa sarà una scelta tua e il fallimento sarà tuo, non mio.

E questo lo dico e lo faccio con serenità e senza pesantezza, ma anche con la necessaria fermezza, perché in gioco non c’è solo il singolo, ma pure i colleghi e l’organizzazione: posso condurre il cammello alla fonte, non costringerlo a bere.

Quella è una scelta solo sua; il mio compito è quello di aiutare la persona a maturare un buon livello di consapevolezza individuale ed organizzativa, ma poi la responsabilità è personale, anche perché aziende e studi professionali non possono funzionare al meglio se alle persone che vi operano serve un tutore.

Impegno, partecipazione e passione, sempre per quanto sia nelle possibilità di ognuno, sono gli ingredienti indispensabili per un buon amalgama.

[Foto scattata a Trento, luglio 2017]

Ti fermi ogni tanto ad osservare le fotografie?

In molte aziende (o studi professionali) è spesso proprio il titolare a costituire il principale ostacolo all’evoluzione positiva e dinamica della sua creatura, perché non dedica il tempo e l’attenzione necessaria ad elaborare e mettere in atto un vero progetto di sviluppo.

In questo modo rischia di perdere molte opportunità e si allontana via via sempre di più dal proprio contesto e mercato di riferimento.

Quando poi lo scollamento diventa eccessivamente pronunciato, è probabile che si trasformi in una frattura evidente fra le esigenze dei clienti (espresse ed implicite) e la capacità dell’impresa (o dello studio) di comprenderle e interpretarle. Ne consegue una perdita di credibilità agli occhi del cliente e il venir meno del rapporto fiduciario.

Si tratta in genere di un processo lento; ed è proprio questa progressione poco evidente, che non ne favorisce la percezione netta da parte del titolare.
Quasi come non si nota quanto una persona invecchi o ingrassi, quando la si vede ogni giorno.

Diverso è invece quando si ha occasione di osservare la stessa persona in scatti fotografici ripresi a distanza di tempo; in questo caso si colgono immediatamente le differenze, anzi, possiamo dire che balzino subito agli occhi e talvolta addirittura stupiscano.

Ma c’è di più: guardando la foto precedente si vedono molto spesso anche segni premonitori dell’evoluzione – positiva o negativa – che si riscontra nell’immagine successiva; a questo punto sorge la domanda:

Se lo avessi saputo prima, avresti agito diversamente?

Ecco dunque l’importanza di non limitarsi a lavorare a capofitto nel quotidiano, ma di fermarsi periodicamente, alzando lo sguardo e cercando di osservare la situazione sia con un occhio rivolto al futuro, sia con la capacità di inquadrare efficacemente la situazione in cui sta operando l’azienda (o lo studio), le dinamiche relazionali in atto (sia al suo interno che verso l’esterno) e la capacità di soddisfare realmente il cliente.

Per fare questo è di aiuto uno sguardo esterno ed esperto; questo il mio metodo di lavoro.

Grazie per la tua attenzione!

[Foto scattata presso l’Altopiano delle Cinquemiglia, in Abruzzo, nel luglio 2017]

Lavorare (e cambiare)?! Un viaggio in compagnia

Il mio lavoro è spesso itinerante, in luoghi assai vari, più o meno noti.

Questo significa conoscere posti nuovi, talvolta mai sentiti prima, e incontrare persone con le loro storie.

Ma in fondo questa non è altro che una metafora del mio lavoro, che consiste nel mettere in movimento ciò che è bloccato, o nel reindirizzare le situazioni che si stanno muovendo nella direzione sbagliata. Imprenditori e professionisti “prigionieri”, che sognano la libertà.

Ovviamente questo lo posso fare solo assieme alle persone e si tratta di lavorare con loro e sulle loro storie.

Senza voler scoprire nulla di nuovo, il parallelo con il viaggio, con il movimento, lo ritengo davvero importante.
Noto infatti una significativa tendenza a “bloccare” le situazioni, ad indulgere ripetutamente su comportamenti e atteggiamenti, anche quando è lampante (addirittura allo stesso attore), che il risultato prodotto non è utile o addirittura controproducente.

Dunque accettare di cambiare significa in primo luogo farsi venire la voglia di abbandonare qualcosa di sicuro (anche se non necessariamente bello), per iniziare a muoversi verso una direzione, ben sapendo che il traguardo ancora non si vede.

Direi che è più semplice farlo se non si è da soli e se ci si fida della propria guida.

Lavorare (e cambiare): un viaggio in compagnia!

[Foto scattata a Sassari, giugno 2017]