Tra credere e sapere c’è una bella differenza

Accade sovente di avere una certa percezione di ciò che accade e su questo fare ipotesi, decidere, agire.
Tutto in buona fede, nella massima serietà.

Almeno fino a prova (oggettiva) contraria.

Questo è ciò che accade, in uno studio o in un’impresa, quando vengono introdotti strumenti oggettivi di rilevazione delle attività svolte. Diviene immediatamente evidente, allora, come la verifica dell’attività svolta presenta generalmente differenze abissali tra il rilevato ed il percepito, soprattutto per quanto concerne ad esempio le attività ripetitive, quali la gestione di dati, gli invii telematici, ecc.

Prendere definitiva consapevolezza di quanto sia oggi importante possedere dati oggettivi su cui costruire le informazioni che poi saranno alla base della presa di decisioni, costituisce una grande conquista, alla quale conseguono ad esempio preventivi più mirati, formulati individuando anche scaglioni di prezzo coerenti con il tempo dedicato.

Diviene inoltre possibile spiegare ai clienti come lavorare meglio ed evitare costi amministrativi inutili e perdite di tempo.

Grazie per l’attenzione!

Comunicare il lavoro

Comunicare il lavoro. Questo il titolo proposto dai colleghi Calabresi, in occasione del loro recente Congresso Regionale.

Un titolo, una frase solo apparentemente semplice ed innocua, dietro la quale in realtà si cela una domanda insidiosa, che merita una risposta importante, che cerchiamo di dare.IMG_1532

Quindi il lavoro non va solo fatto, ma anche comunicato?

Certo, comunicare il lavoro è necessario ed importante.

Con un’avvertenza altrettanto importante: in un mondo invaso da una valanga di comunicazione, spesso pessima, che procede per tweet e slogan è fondamentale comunicare bene, per essere ascoltati e compresi.

Dunque al professionista è conviene imparare a comunicare in modo professionale, rappresentando anche in questo modo la natura del proprio lavoro.

Comunicare il lavoro rappresenta un’esigenza ed un’opportunità, per un professionista e per la categoria.

In questa fase economica nella quale la forbice tra qualità e quantità si divarica sempre più, diventa essenziale posizionarsi sul ramo della qualità, quello del valore aggiunto e della produzione di reddito, mentre il ramo della quantità si associa a margini ridotti, che richiedono volumi elevati.

Scegliere la qualità significa sapersi distinguere e promuovere, rendendo evidente agli interlocutori come si sia in grado di offrire un valore importante e difficilmente imitabile

Comunicare la qualità del lavoro proprio e dello studio è fondamentale per muoversi verso quel ramo della forbice che è proprio del professionista, mentre molti interlocutori vorrebbero porlo sull’altro, definendolo “mero intermediario”.

Il professionista stesso, se non fa brillare il proprio lavoro finisce per rimanere con fastidio imprigionato in questo gioco al ribasso, riducendosi ad un calimero intermediario.

Il professionista può curare il proprio lavoro anche attraverso la comunicazione del valore che produce per il cliente, avendo l’accortezza di considerare come spesso, al cliente, sfugga proprio questo valore, mentre rimane più evidente il prodotto, l’adempimento, che, ahimè risulta più imitabile e meno personale.

Nel rapporto con il mercato va da sé che realizzare gli adempimenti, seppur in modo impeccabile, non è più sufficiente.

IMG_1539

Occorre distinguersi e promuoversi (cioè diventare davvero bravi e riuscire a crearsi le credenziali presso il cliente ed il mercato) per riuscire a essere competitivi rispetto ad una concorrenza aggressiva e spesso decisamente cruda.

Ma anche il cliente ci mette del suo, puntando l’attenzione, spesso da noi ben supportato per carità, quasi esclusivamente al prezzo e dunque al costo unitario dell’adempimento.

E dunque il professionista deve per forza puntare a “spiegare” e a far comprendere quanto valore ci sia nel suo lavoro, pena il misconoscimento ed il venir meno di una fedeltà, oggi quanto mai importante.

Il comune denominatore è la complessità montante e la necessità di gestirla efficacemente: le due armi sono la competenza e la tecnologia:

  1. La competenza professionale deve essere aggiornata per supportare il CdL quando esce dal suo studio e si dedica al mercato; anche il tradizionale passaparola positivo non si sviluppa più autonomamente, ma richiede di essere promosso e coltivato, curando la relazione col cliente e la qualità dell’esperienza che questi vive con lo Studio;
  2. La tecnologia è importante per aumentare la visibilità del professionista e dello Studio, per diffondere un’immagine di competenza ed efficienza, per fare in modo di “essere trovato”.

Ma anche attraverso software dedicati alla gestione della relazione con il cliente (CRM customer relationship management), per migliorare l’interfaccia fra studio ed azienda, creando un canale privilegiato che concorra a promuovere e ad alimentare il legame studio-azienda, riuscendo a compensare la calante tendenza alla fidelizzazione espressa dal cliente

Attraverso le piattaforme di dialogo è inoltre possibile scambi are prodotti, servizi, offrire contenuti, acquisire input, promuovendo al contempo l’idea di uno studio dinamico, al passo con i tempi ed in grado di supportare davvero un cliente, anche oltre le sue aspettative immediate.

In questo campo è importante trovare una soluzione che offra un servizio ma anche che sgravi il professionista da incombenze lontane dalle sue priorità professionali, che lo hanno trasformato in un amministratore di sistema.

In questo modo la tecnologia costituirà il sistema nervoso dello studio e non fonte di esaurimento nervoso per titolare e collaboratori.

Insomma, il lavoro non basta più farlo, ma serve anche comunicarlo.

E anche questo va fatto “da professionisti”

Organizzazione aziendale: ho raccolto questa buona prassi

Oggi nello studio di un amico-collega ho raccolto una buona prassi che voglio condividere con te.

Fa riferimento alla Circolare-Cliente, intesa realmente come strumento informativo/formativo pensato per il cliente e non come mero CPPIC.

Ebbene, nello spazio front-office dello studio ho visto un chiaro dispenser scalare, formato da alcuni ripiani ben distinti, ove erano esposte in bella vista delle circolari tematiche.

L’argomento, ben impaginato, è unico e viene proprosto in modo chiaro e netto.

Questa è quella che ritengo una semplice ma efficace buona prassi.

Te la propongo volentieri, sapendo che l’amico-collega non è geloso.

Al limite mi costerà una cassetta di buon vino; ma sono davvero soldi ben spesi.

Salute!

Organizzazione aziendale: delega e clima interno

Scrive Massimo in commento all’articolo sul Valore delle buone prassi:

Buonasera
quello che ho letto lo condivido pienamente.
Lavoro una struttura di circa 30 persone dove gestisco collaboratori e parte della segreteria.
Noto spesso che la condivisione viene meno soprattutto per quanto riguarda gli obiettivi.
Tutti fanno lo stretto necessario per raggiungere il minimo indispensabile.
Vorrei qualche sua indicazione, suggerimento per creare quel confronto utile e necessario per far crescere tutti.
(Forse non centra molto con l’articolo ma è comunque una questione che le voglio porre).
Saluti

Sono convinto che ci siano due possibili leve sulle quali agire in relazione alla questione posta nel commento:

  • la gestione della delega, che deve porre attenzione non solo alle procedure da svolgere da parte del delegato, ma anche al senso dell’attività della quale viene affidata l’esecuzione e, meglio, la responsabilità;
  • lo sviluppo e la manutenzione della cultura organizzativa, di cui ogni collaboratore è parte integrante, che deve porre attenzione adeguata alla dimensione qualitativa, oltrechè quantitativa, del lavoro individuale e collettivo.

Anche in questo campo è possibile ricercare delle buone prassi.

Grazie per l’attenzione

Organizzazione aziendale: il Valore delle buone prassi

Riflettere in materia di buone prassi aiuta a crescere meglio.

Significa abbandonare inutili gelosie, ponendosi con apertura nel confronto di altre esperienze e non temendo di essere ‘depredati’ del proprio know how.

Su Il Sole 24 ore di venerdi 30 ottobre Giovanni Puglisi rettore IULM parla di buone prassi asserendo che esse

valgono più di mille teorie.

Il contesto è quello della PA e delle iniziative messe in atto nella comunicazione verso i cittadini.

Ma sono assai convinto che l’attenzione alla diffusione ed al confronto possa essere di grande utilità in ogni contesto, sia per i benefici diretti che può generare, sia per l’indubbio risvolto che può generare in materia di cultura organizzativa.

Investire sulla condivisione delle buone prassi genera contaminazioni positive e rende feconda la riflessione sull’assetto organizzativo e sull’operato gestionale di realtà grandi e piccole, senza impoverire nessuno.

Per chi è disponibile alla ‘scommessa’, ObiettivoEfficacia è a disposizione per diffondere e condividere proposte ed esperienze.

Grazie per l’attenzione!