Lavorare (e cambiare)?! Un viaggio in compagnia

Il mio lavoro è spesso itinerante, in luoghi assai vari, più o meno noti.

Questo significa conoscere posti nuovi, talvolta mai sentiti prima, e incontrare persone con le loro storie.

Ma in fondo questa non è altro che una metafora del mio lavoro, che consiste nel mettere in movimento ciò che è bloccato, o nel reindirizzare le situazioni che si stanno muovendo nella direzione sbagliata. Imprenditori e professionisti “prigionieri”, che sognano la libertà.

Ovviamente questo lo posso fare solo assieme alle persone e si tratta di lavorare con loro e sulle loro storie.

Senza voler scoprire nulla di nuovo, il parallelo con il viaggio, con il movimento, lo ritengo davvero importante.
Noto infatti una significativa tendenza a “bloccare” le situazioni, ad indulgere ripetutamente su comportamenti e atteggiamenti, anche quando è lampante (addirittura allo stesso attore), che il risultato prodotto non è utile o addirittura controproducente.

Dunque accettare di cambiare significa in primo luogo farsi venire la voglia di abbandonare qualcosa di sicuro (anche se non necessariamente bello), per iniziare a muoversi verso una direzione, ben sapendo che il traguardo ancora non si vede.

Direi che è più semplice farlo se non si è da soli e se ci si fida della propria guida.

Lavorare (e cambiare): un viaggio in compagnia!

[Foto scattata a Sassari, giugno 2017]

Stupidità, pigrizia, abitudine o che altro?

Davvero mi sembra impossibile, ma sempre più mi trovo ad affrontare persone recalcitranti, che si ostinano con perseveranza diabolica a praticare i comportamenti e a perpetuare costantemente proprio quegli atteggiamenti, che li hanno condotti ad infilarsi in un angolo.

E (apparentemente) sembra non esserci verso alcuno di riuscire ad incidere su questi schemi di ragionamento.

E passi per chi opera in realtà di piccole dimensioni ed è abituato a decidere da solo, senza nessuno che faccia domande; in questi casi è ben comprensibile la fatica di accettare una prospettiva diversa, che metta in discussione, anche se a fin di bene, almeno parte di quanto vissuto e realizzato fino a quel momento.

Sembra invece meno giustificabile che coloro che operano in organizzazioni più grandi,  anche di fronte alla aperta richiesta di cambiamento e di assunzione di un ruolo più ampio e di responsabilità, si ostinino a trincerarsi dietro mille distinguo che, di solito, riguardano sempre gli altri.

Io lo farei, ma….

Non avrei problemi, se…

Quando accadrà che, allora io…

Insomma, non c’è pericolo che queste persone compiano il primo passo, ma neppure che avviino un proprio autonomo percorso di riflessione e di (almeno) messa in discussione delle certezze e rigidità con cui si ostinano ad interpretare il proprio ruolo.

E proprio qui c’è il trucco! Si devono fare i conti una sorta di stupidità organizzativa, che impedisce di riconoscere come tali modelli non più attuali e che imbriglia con forza qualsiasi istanza di evoluzione.

Del resto si tratta di mettere in discussione quella cultura organizzativa che per anni ha garantito il funzionamento dell’organizzazione e che oggi le persone si sentono sfilare da sotto i piedi, provando una sorta di insicurezza, che non sembra essere tollerabile.

Non è curioso? Quell’adesione acritica ad un modello culturale, che ha permesso all’organizzazione di operare per molto tempo, oggi rischia di divenirne un elemento di debolezza!

Se i cambiamenti vengono introdotti per garantire maggiore funzionalità, in realtà rischiano di raggiungere il risultato opposto, a mano che non venga messa in campo un’importante attività di negoziazione con le persone che poi sono chiamate ad interpretarli, cercando però di evitare di trovarsi impantanati nel loop dell’analisi fine a se stessa.

Insomma; una cultura organizzativa comune e condivisa permette di viaggiare col vento in poppa, ma limita le manovre quando si richiede flessibilità e modifica degli schemi concettuali, finendo, giocoforza, per mettere in crisi le identità che fino a quel momento erano protette.

Precauzioni necessarie per evitare che l’artefice del cambiamento si ritrovi da solo con il cerino in mano…

In fondo anche quella è una forma di stupidità!

[Foto scattata a Las Vegas (NV) nell’agosto 2012]

Ma tu ci pensi…

… al menù che servì ogni giorno al tuo cliente?

Ogni quanto ti informi dei suoi gusti?

Ti prendi cura di variarlo al mutare delle stagioni (economiche), o lo mantieni impermeabile ad ogni cambiamento?

Hai dei classici e delle novità che ti connotino o sei allineato alla media?

Sbirci l’effetto che provoca sul volto del tuo cliente lo scorrere le righe del tuo menù? Sorride, è indifferente, fa una smorfia?!

È la tavola, come l’apparecchi? Con quanta cura dai forma ad uno stile unico e riconoscibile?

….

(E ai tuoi collaboratori o colleghi cosa riservi ogni giorno?)
Grazie Stefano!

Tu lo sai da che parte stai

Molto difficilmente le situazioni scorrono serenamente ed in armonia, ma è generalmente necessario agire per fare in modo che le cose funzionino, se non al meglio, almeno in modo accettabile.

In ogni situazione pero, considera con attenzione questo aspetto: ognuna delle persone coinvolte decide se sta dalla parte della soluzione o se sta dalla parte del problema.
Certo, non sempre chi attua un comportamento sa esattamente cosa esso comporti; ovvero, non è detto che sappia da quale delle due parti la collochi questo comportamento.

Bene; parlando di gestione aziendale, sono convinto che il leader debba offrire ad ogni membro della sua squadra la chance per comprendere pienamente da che parte si stia ponendo.
Ma poi penso anche che debba agire in modo conseguente, tenendo conto dei comportamenti individuali, più che delle parole.

E invece molto frequentemente che succede? Si preferisce non risolvere la dicotomia soluzione/problema, perché fare questo potrebbe generare dei conflitti. E il conflitto è temuto, dimenticando che esso costituisce il sale della convivenza organizzativa e una occasione di crescita, se viene correttamente gestito.

Del resto sappiamo bene che, anche non volendo affrontarlo, si arriva comunque al conflitto, perché, quando si lasciano andare le cose, alla lunga questo stanca, logora, sfinisce, irrita. Ovvero contribuisce a creare le condizioni ottimali per lo scatto di nervi, che a sua volta alza il volume della comunicazione e modifica il tenore dei dialoghi. A questo incremento segue, in modo inversamente proporzionale, il degrado della qualità del clima interno e si avvia una spirale negativa, che non conduce a niente di buono.

Il leader lo si vede anche dalla voglia di affrontare il conflitto, senza farsi scudo con la solita frase: “Ora c’è tanto da fare. Quando saremo più tranquilli vedremo…”

Appunto: quando?

Compensare per crescere

Se ti fermi un attimo e ti ascolti con attenzione, puoi sentire i tuoi limiti.

Ascoltali con attenzione e riconosce quelli “veri”, quelli con cui ti scontri più di frequente.

Prendine atto con sincerità e serenità, visto che proprio questa è la cosa più saggia che puoi fare. Se non lo fai li lasci liberi di agire e di “farti del male”.

Se invece li riconosci e te ne fai una ragione, puoi affrontarli in modo armonico, senza “steccare” e lavorare per compensarli.

Quanto più ci riuscirai e tanto meno metterai i tuoi limiti nella condizione di decidere per te.

In fondo la ricerca dell’equilibrio fa parte della vita e mote evoluzioni spettacolari si basano proprio sull’accettazione della sua precarietà.

(Nella foto: evolvo e non cado [anche se a prima vista potrebbe sembrare] – Skate park Trento 2013)

 

 

Ma qual è il confine vero

… tra lasciare che la vita scorra e che le cose accadano e voler invece plasmare il mondo intorno a sé, affinché si materializzino i propri e altrui sogni?

E qual è il naturale punto di separazione fra la guida e l’autonomia di chi si ha accanto? Fra coordinamento e crescita personale?

Quanto lavoro quotidiano è dedicato al fare e quanto a trovare un personale e non troppo precario equilibrio fra queste diverse dimensioni della relazione con il mondo e con le persone?

Quanta creatività viene stimolata e messa in campo proprio dal non lasciar che accada solo ciò che vuol accadere?

Quanto si annusa il vento ogni giorno per cercare “quello giusto” e quante “nasate” costa decidere di non arrendersi alla prima soluzione che ci si ritrova fra le mani?

Non sono certezze e neanche risposte, è vero, ma non sono neppure domande sciocche (almeno credo). E le domande aiutano a pensare.