Precari per scelta

Un interessante articolo pubblicato il 29 ottobre su Il Foglio da Paola Peduzzi e simpaticamente intitolato “Freelance country”, racconta come in Inghilterra la risposta alla crisi, a partire dal 2008, si sia caratterizzata per la nascita di molti imprenditori freelance.

Anche una volta che la situazione è via via uscita dall’emergenza più cruda, molti giovani, più che in altri stati del mondo occidentale, hanno continuato a prediligere l’esperienza imprenditoriale autonoma, piuttosto che rientrare fra i ranghi del lavoro dipendente.

L’articolo propone alcune chiavi di lettura del fenomeno:

  • Il rilevante grado di digitalizzazione della gioventù britannica, che ha favorito la nascita di molte start up
  • la ricerca di molte giovani donne di una via personale alla conciliazione dei tempi di lavoro e famiglia (infatti la metà dei freelance inglesi è donna)
  • gli anziani, che reagiscono dandosi da fare ad un sistema decisamente povero di salvaguardie nei loro confronti.

Luci e ombre, insomma, ma è certo che emerge una certa voglia di fare, e questo non è poco.

Credo emerga anche la richiesta, implicita, di una maggiore attenzione al lavoro autonomo, perché anche su quello, soprattutto per i giovani e per chi altrimenti sarebbe un disoccupato a rischio povertà, si basano gli stati e non solo le repubbliche.

Grazie per l’attenzione.

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Professioni e impresa: una storia d’amore, non un matrimonio d’interesse

In un mondo complesso ogni approccio settoriale o parziale rivela i propri limiti ad affrontare tale complessità in modo efficace e costruttivo; ogni giorno questa verità è dolorosamente sotto gli occhi di tutti.
Semplificare o voler ridurre a tutti i costi la visione del problema non aiuta a risolverlo, anzi.
Vale invece la pena richiamare una nota affermazione di Einstein:

Non puoi risolvere un problema con lo stesso tipo di pensiero che hai usato per crearlo.

Non accettare di affrontare a viso aperto la dimensione interdisciplinare e trasversale della complessità, significa rinunciare ad una parte consistente della capacità di soluzione del problema e, indirettamente, crearsi ulteriori problemi rispetto a quanti già non ve ne siano sul tappeto.

Ma cosa significa in concreto cambiare livello di pensiero? Significa accettare definitivamente la necessità e l’opportunità di riporre gelosie ed effimere primogeniture, per dare seguito allo sviluppo dell’integrazione tra i diversi settori dell’economia italiana, puntando a valorizzare le singole peculiarità in una logica di sistema e a trasformare le singole specificità in un insieme capace di innovare creativamente, di modificarsi in modo proattivo e di competere ad armi pari, senza snaturare le caratteristiche proprie e del territorio che lo esprime.
Guardare al superamento della crisi economica in atto con la volontà di lasciarla definitivamente alle spalle è possibile, se si accetta come premessa l’idea di non considerare i settori economici disconnessi fra loro ed antagonisti, organizzandosi invece per riuscire a sfruttare le competenze proprie di ciascuno e creare quelle sinergie che risultano essenziali per uscire con slancio dalla stagnazione.

La crisi sta urlando ormai da diversi anni come va rivisto il tessuto che regge il nostro sistema economico, rileggendo, attualizzando ed innovando l’intelligenza collettiva che lo costituisce.
Tra le ragioni endogene delle difficoltà in cui l’economia italiana si dibatte vi sono certamente la poca attenzione all’innovazione di processo, alla valorizzazione del capitale umano, alla predilezione per forme di impresa ad alta intensità di lavoro, al presidiare il mercato con marchi propri e sistemi distributivi efficaci.
Questa prospettiva non è semplice da realizzare per un’economia molecolare caratterizzata da vasi scarsamente comunicanti e da culture organizzative poco propense al cambiamento; può invece diventare molto più praticabile se immaginiamo imprese e professioni stabilire stretti rapporti di partnership e non mere relazioni per la fornitura di servizi amministrativi o burocratici.

Lungi da essere due mondi separati, addirittura in competizione come vorrebbero le più cieche interpretazioni del lobbismo più spinto, impresa e professioni costituiscono la trama e l’ordito della tela economica del nostro paese.
Una tela appunto da rinnovare, consolidare e integrare per riuscire a reggere il passo nel confronto con i nuovi paradigmi del lavoro e dell’economia e rilanciare la competitività ed il benessere.

Mai come in questo periodo le imprese hanno bisogno delle professioni e viceversa; le professioni possono garantire alle imprese l’introduzione di innovazione essenziale per rivedere prodotti e processi, per migliorare sistemi e modalità organizzative, per aggiornare il ventaglio di conoscenze e competenze disponibili.
Tutto questo è particolarmente importante se si considera che la maggior parte delle imprese ha dimensioni assai ridotte e una micro-impresa molto difficilmente potrebbe entrare in contatto in modo strutturato con l’innovazione, se non attraverso la medesime relazione che già le assicura servizi amministrativi e tecnici di natura obbligatoria.

Il capitalismo molecolare, proprio del nostro paese ed a lungo esaltato (piccolo è bello), ha l’esigenza di rinnovare con convinzione il patto con le professioni, senza inseguire modelli stranieri lontani da consuetudini e vocazioni territoriali, ma valorizzando concretamente le peculiarità positive presenti nella cultura del lavoro e dell’impresa e risolvendo superandoli i gap di sistema che ci hanno aiutato a sprofondare in questa crisi.

Le professioni hanno grande bisogno delle imprese per portare a compimento il complesso processo di trasformazione e rilettura del proprio ruolo economico e sociale; i professionisti possono garantire un’offerta tanto qualitativamente più rilevante, quanto più le imprese sono in grado di stimolarli con una domanda di servizi innovativa e sfidante. Dal canto loro i professionisti si debbono impegnare a rileggere il proprio ruolo, alla luce di una nuova complessità da affrontare, potenziando le competenze tecnologiche e la capacità di fare rete, riuscendo a garantire alle imprese non solo lo zoccolo di servizi amministrativi e tecnici, ma anche una costante iniezione di competenze e know-how in grado di supportarne le scelte strategiche, commerciali e gestionali.

Anche il ricambio generazionale gioca un ruolo importante, in termini simbolici oltreché concretamente operativi.
I giovani con il loro bagaglio di competenze naturalmente innovative, ma soprattutto con l’approccio mentale e culturale aperto che possono mettere in campo, costituiscono naturalmente una potenziale spinta innovativa per tessere la nuove trama e ordito, nella consapevolezza di quanto sia necessario collaborare per poter competere e di quanto questo passaggio sia indispensabile per dare una reale opportunità alle nuove generazioni, per non dover gestire un faticoso declino e per contrastare le pericolose polarizzazioni verso cui si sta orientando la società europea.

Questo articolo trae ispirazione tra gli altri dalle riflessioni proposte da Sergio Romano al Festival dell’economia 2013 di Trento e da uno scritto di Aldo Bonomi comparso su il Sole 24Ore in data 9 giugno 2013.

Lavorare di più?! No, grazie

Nei giorni scorsi sui principali organi di stampa è turnato di prepotenza il tema della produttività che in Italia è cresciuta assai poco negli ultimi anni.
Lavorare di più? No, la soluzione sta nel lavorare meglio, poi forse si riuscirà a lavorare anche meno di quanto si lavori oggi.
Il tema di una corretta gestione delle risorse interessa assai anche i professionisti, la cui attività è ad alta intensità di lavoro qualificato.
Nel momento in cui i prezzi sono sostanzialmente bloccati, se non in diminuzione, l’unico modo per non perdere margine di guadagno è operare sui costi, evitando sprechi inutili.
In questo modo si riesce anche a migliorare l’ambiente di lavoro e la motivazione, fatto tutt’altro che secondario.

A questo e a molto altro offrono risposte concrete i tre nuovi seminari pensati espressamente per dare una mano a chi affronta ogni giorno questo periodo di crisi economica, senza rassegnarsi a subire.

Grazie per l’attenzione.

Come gestire un cliente preoccupato per il futuro della propria attività?

Ciao Andrea, come posso gestire un cliente preoccupato per il futuro della propria attività?

Bel tema davvero, molto attuale.

Cosa ho fatto quando mi sono trovato in questa situazione?
Per prima cosa non ho mai compatito né consolato.
Questo non perché sia cinico, ma perché so che non serve. Non serve se non a dare un brevissimo ed illusorio sollievo.

Oggi il lavoro e la gestione di un’impresa debbono fare i conti con nuovi scenari e paradigmi; aiutalo ad acquisire consapevolezza di questo. Non è poco.

Aiutalo a guardare, grazie ai tuoi occhi esterni, ciò che più appare incoerente nel suo business rispetto alle esigenze del mercato.

Aiutalo a non sentirsi solo, ma fagli capire come le inquietudini e la sensazione di sopravvenuta inadeguatezza sia assai diffusa.

Aiutalo ad imparare a cambiare, perché è solo nel cambiamento che si cresce.

Aiutalo a fare tesoro dei propri errori.

Vedi anche questo post.

Ordini professionali: e se valesse la pena provare a sparigliare?

Claudio:

Sottoscrivo. Non sarebbe male che questo possa diventare un luogo di dibattito “laico” sulla funzione degli Ordini Professionali. Se si ha la capacità di fare autocritica (individuale e collettiva) e quindi essere laici rispetto all’approccio alla problematica, probabilmente ci renderemmo conto che gli Ordini godono di privilegi (a dire il vero sempre meno) che non trovano rispondenza nella necessità per cui sono stati creati. E l’autocritica fa sempre bene se si vuole immaginare un futuro migliore. Ciao

La Costituzione della Repubblica Italiana, art.41 e la madre di tutte le liberalizzazioni.

L’iniziativa economica privata è libera.

Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.

La legge determina i programmi e i controlli perchè l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata a fini sociali.

Essere un Ordine professionale oggi significa vedere costantemente girare a spire più o meno ampie avvoltoi pronti a prendersi la polpa e a lasciarti solo le ossa, per quanto ben lucidate e ripulite.

Da qualche mese e soprattutto nelle ultime settimane le spirali dei voli si sono fatte più aggressive e ravvicinate. L’Ordine professionale è inquieto, non gli pace il futuro che altri vogliono dipingere per lui. Una sera, prima di coricarsi, gli capita di leggere una frase di Zygmunt Bauman, che gli sembra indicare la via da seguire:

Sfuggire all’incertezza è il tacito presupposto di qualsiasi immagine della felicità.

Prima di addormentarsi riflette sulla situazione e cerca di esaminare con oggettività la situazione:

  • gli sembra evidente che nel contesto economico di uno stato moderno possano convivere ed integrarsi utilmente attività organizzate in forma d’impresa (con prevalenza di organizzazione, capitali e risorse immateriali) e forme di attività libero-professionale (prevalenza della componente intellettuale, assetti organizzativi snelli, limitato investimento in termini di capitali).
  • Questa è una caratteristica propria del sistema economico italiano, pensa, che larga parte ha avuto nello sviluppo economico del dopoguerra, attraverso la collaborazione fra questi due pilastri. Ora uno si vuol mangiare l’altro in una sorta di lotta dove il più forte cannibalizza l’altro, per consolarsi della propria incapacità di ampliare il proprio mercato all’estero, ove davvero avrebbe senso competere, senza cercare scorciatoie in casa.
  • Che fare allora? Occorre cambiare la prospettiva. Ecco il sogno dell’Ordine professionale, quella notte: per prima cosa è importante far riconoscere il valore economico e sociale, nonché la modernità della libera professione. Questo modo di vedere il lavoro e la professionalità valorizza le competenze individuali, la creatività e la libera iniziativa dei singoli, senza dover ricorrere a strutture, risorse, capitali ingenti. E’ una modalità estremamente moderna per permettere a molti giovani di giocarsi le proprie chances senza vincoli d’ingresso particolari.
  • Ma tutto questo ora non conta; serve un agnello sacrificale per poter effettuare il sacrificio che scacci la tempesta.
  • Ma l’agnello non ci sta e pensa di diventare tanto grosso che non sia possibile sgozzarlo sull’altare.
  • Allora chiama a raccolta tutti quelli che condividono il suo punto di vista, anche se non propriamente suoi simili, cioè Ordini professionali, purché condividano la sua visione.
  • Stende un Manifesto da far condividere e organizza in tempi strettissimi una Convention alla quale invita tutti coloro che svolgono un’attività riconducibile al manifesto. LinedIn, Facebook, Twitter si rivelano una miniera.
  • Dalla Convention esce un soggetto politico ampio e diffuso, che riesce a rappresentare quanto lui da solo non riusciva a fare.
  • Gli avvoltoi hanno trovato pane per i loro denti.