Ne parli o no? E quando lo fai ti spieghi bene, coinvolgi (e sorridi)?

Nelle aziende e negli studi emerge frequentemente la presenza di più culture organizzative e di climi diversi, che costituiscono il risultato di una progressiva stratificazione nel tempo di abitudini, modi di lavorare e metodiche comunicative divenute scontate, perché mai davvero ragionate o messe in discussione.

Su questo lavorano anche le modalità di relazioni fra dipendenti e con i titolari; anzi possiamo ben dire che la comunicazione gioca un ruolo fondamentale nel creare le condizioni che poi agevolano o ostacolano lo sviluppo dei processi e l’attuazione dell’operatività, anche quotidiana.

Sembra che ci si dimentichi del fatto che la comunicazione sul lavoro è come una medaglia con due facce, che viaggiano sempre assieme, anche che sei tende a vederne una sola:

  • organizzativa, in quanto fa funzionare i processi e le attività quotidiane dell’impresa. Si tratta di una comunicazione necessaria, che comunque può rivelare molte opportunità o limiti, a seconda di come viene gestita dai responsabili. Non va dimenticato che un’azienda o uno studio professionale opera sostanzialmente sulla gestione di un flusso di informazioni e che le modalità comunicative (ad esempio l’attenzione riservata alla chiarezza ed alla tempestività della comunicazione) utilizzate dai capi fungono da esempio e da riferimento per i collaboratori.
  • Sociale, tesa a creare le condizioni affinché le persone operino al meglio, maturino uno spirito partecipativo e si sentano davvero integrate. Il ruolo dei capi in questo frangente è spesso misconosciuto, ma non per questo meno rilevante; sono loro infatti a rappresentare (letteralmente, cioè a rendere chiaro ed evidente) il “senso” dei processi in corso, gli obiettivi che i titolari hanno deciso, lo stile e la cultura organizzativa. L’accettazione o il rifiuto di questi traguardi nasce soprattutto dall’immagine che se ne fanno i collaboratori, più che dalla conoscenza diretta, che evidentemente essi detengono in modo assai minore. Nelle mani (o meglio: nelle parole) di capi e titolari non c’è dunque solo la dimensione operativa del lavoro, ma essi hanno in mano anche il “termostato” del clima e dell’ambiente di lavoro..

Ma che succede quando nessuno dei responsabili si prende realmente la responsabilità, in modo determinato e continuativo, di usare entrambe le tipologie di comunicazione, dimenticando soprattutto la seconda?

Accade allora che in azienda rimangano molti, spesso troppi, “non detto”, relativi alle attese dei titolari nei riguardi dell’azione dei collaboratori. La delega si rivolge prevalentemente al “cosa fare”, dimenticandosi di spiegare il “come”, mentre è proprio questa attenzione ai particolari ed alle sfumature che fa la differenza.

A farne le spese sono soprattutto i responsabili intermedi, che si trovano a dover fronteggiare ed arginare situazioni arrivate al limite della sopportazione e, talvolta, anche della decenza delle relazioni umane.

Ne vale la pena?

La comunicazione interna e la gestione delle relazioni interpersonali sono vere opportunità, soprattutto nelle situazioni di evoluzione e cambiamento, quando è fondamentale che l’informazione possa circolare puntualmente ed in modo efficiente, chiaro, ufficiale, univoco.

La capacità di gestire la comunicazione gioca un ruolo molto importante proprio perché concorre al funzionamento dei processi, alla costruzione del consenso e della partecipazione alle scelte strategiche ed a ciò che ne consegue. In sostanza funge da collante della coesione e da catalizzatore.

Le modalità, i tempi e la tipologia della comunicazione adottata dai titolari concorre a formare l’organizzazione e a dare senso del lavoro, ad inquadrare le responsabilità individuali e collettive, a delimitare le sfere di autonomia. Solo se la comunicazione riesce davvero a lavorare sul sistema esistente di opinioni, atteggiamenti e valori, sarà davvero possibile raggiungere gli obiettivi di cambiamento e di evoluzione che stanno alla base dei progetti di sviluppo e di continuità dello studio professionale.

Chiaramente il ruolo dei responsabili e dei capi risulta fondamentale e, in buona misura, non delegabile a terzi; lo stile di leadership adottato, anche attraverso l’effetto-esempio rappresenta un fondamentale strumento per plasmare e dirigere lo studio professionale. Chiaramente serve da un lato piena consapevolezza del proprio ruolo e competenza nella gestione efficace di strumenti quali la comunicazione e la delega, fondamentali anche in contesti di contenute dimensioni.

In un mondo complesso serve cooperare all’interno per competere all’esterno, ma molto spesso accade il contrario. Per la gioia della concorrenza.

Organizzazione aziendale e organigramma: come andare oltre la media?

L’impegno nel proprio lavoro, la motivazione a non limitarsi alla superficialità ed al minimo indispensabile nel quotidiano non è di certo un fatto scontato.

Riscontrare nel proprio personale questo tipo di comportamenti e di atteggiamenti è una conquista importante, frutto di un lavoro competente, appassionato e metodico.

Solo una attenta ricerca e selezione del personale ed un’altrettanto attenta e coinvolgente gestione della delega può garantire all’azienda ed allo studio professionale il capitale umano.

La chiave di lettura è quindi nelle mani del leader; anzi nella mente e nel cuore. Nel suo entusiasmo e nella sua competenza nel ricercare, selezionare, delegare, dirigere e motivare la sua squadra.

Tutto questo è particolarmente importante proprio in questo periodo, durante il quale molte sicurezze sociali e personali progressivamente vengono meno.
Proprio in queste condizioni un “buon capo” può fare la differenza.
Un buon capo sa scegliere le persone “giuste” per la sua squadra, sa coinvolgerle, sa guidarle in una direzione chiara e condivisibile, sa motivarle, sa aiutarle a trovare la propria soddisfazione personale, oltreché essere utili all’azienda o allo studio, sa riconoscere e gratificare il loro apporto.
Sa fare in modo che si trovino bene e che il lavoro – quel lavoro – sia per loro fonte di crescita e sicurezza personale (ti pare poco al giorno d’oggi?).

Un buon capo; what else?

La potenza è nulla senza controllo!

Power is nothing without control

Ecco due esempi, diversi ma entrambi emblematici, di come sia importante curare tutte le fasi della realizzazione di un’attività, di un processo, di un progetto.

Nel primo ritorna Carl Lewis, mentre nel secondo beh… manca un po’ di perizia!

E’ davvero importante curare ogni fase della tua attività, senza lasciare nulla al caso o al “buon senso” altrui, abbandonando la regia complessiva.

Altrimenti corri il rischio di avere grandi potenzialità, ma di non riuscire a sfruttarle, portando a casa insoddisfazione, anziché risultati e successi.

Comunque stai sereno; per raggiungere il tuo TRAGUARDO c’è sempre la via maestra!

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Di padre in figlio: tre domande per te

Vorrei che affrontassi queste domande una per volta dando risposte sincere, posto che le dai a te stesso:
  1. Quanto sei disposto ad investire (soldi, attenzione, tempo) per un buon passaggio generazionale
  2. Quanto vale un buon passaggio generazionale?
  3. Quanto costa un cattivo passaggio generazionale?

Non essendo generalmente considerato una “questione urgente”, il passaggio generazionale viene degnato di un’attenzione assolutamente sottodimensionata rispetto alle sue reali implicazioni.

E come tutti i potenziali problemi non gestiti con metodo, rischia di gonfiarsi fino a divenire esplosivo.

Tu che ne pensi, dunque?

Stili di leadership: cuore e anima

Mettere cuore nella gestione dell’azienda per dare anima al proprio prodotto.

Questa può essere davvero una buona ricetta per “fare impresa” ai giorni nostri, durante questo periodo travagliato, di fronte ad un mercato più esigente e selettivo, sempre meno propenso a perdonare mediocri e millantatori.

Da tempo sono convinto che la modalità per interpretare efficacemente questo periodo economico, stia nella capacità di distinguersi positivamente dalla massa dei concorrenti da un lato e nel porre grande attenzione all’efficienza produttiva dall’altro. La necessità di contenere il prezzo non può davvero costituire una valida ragione per diminuire la qualità; anzi va individuato ciò che in bene distingue l’azienda e il prodotto e su questo va fatto un grande e costante lavoro. Cuore e anima, appunto.

Ho trovato ben declinato questo atteggiamento nelle parole di un imprenditore del lusso, Brunello Cucinelli, che (in una intervista pubblicata su Io Donna  – Storie di moda dello scorso 8 ottobre a firma Giusi Ferrè) dichiara:

Ho deciso di dividere i profitti in quattro parti.

La prima destinata all’azienda, la seconda per me e la mia famiglia, la terza va ai ragazzi che mi aiutano nell’impresa.

La quarta è destinata ad abbellire il mondo.

Come diceva l’imperatore Adriano: mi sento responsabile della bellezza del mondo.

Parlando della propria azienda, che nel 2011 prevede di raggiungere un fatturato di 245 milioni di euro, in aumento del 20% rispetto all’anno precedente, e della decisione di quotarla in borsa, afferma:

Io ho 58 anni, sono nella giovinezza della vecchiaia e intendo pensare al futuro dell’azienda .

Oggi la Brunello Cucinelli è un’impresa familiare.

Voglio aprirla al mondo, portare nel consiglio di amministrazione uomini speciali, un filosofo, un pensatore, persone in grado di gestire le differenze.

E’ il presupposto della custodia che mi ha spinto verso la borsa: questa azienda deve avere più capitali per affrontare un mondo rapidissimo ma che dà tante opportunità, e deve essere protetta.

Mi sembra davvero molto chiaro, bello ed efficace.

Grazie per l’attenzione.