Ecche’ cavolo!

Solo se:

Non hai fatto nessuna telefonata extralavorativa

I tuoi social sono abbandonati

La tua cronologia internet è vuota

La chiavetta della macchina del caffè non è calata eccessivamente

Solo in questo caso puoi dire che non hai avuto tempo di occuparti di chi paga il tuo lavoro.

Sei d’accordo?

Sapere, saper fare, saper essere

5 semplici parole, sentite o ascoltate chissà quante volte.

Mi è stata data l’occasione di poterci riflettere e questi pensieri, che leggerai di seguito, sono scaturiti proprio da lì.

Se a prima vista sembra il SAPERE ad aprire le danze, io mi sono convinto che l’ultimo della serie, il SAPER ESSERE, costituisca invece la fonte del tutto.

Ritengo che chi SA (cioè comprende l’importanza e vuole) ESSERE, si ponga anche nelle condizioni di SAPERE (cioè di padroneggiare le conoscenze) e di SAPER FARE (cioè di applicare ciò che conosce) in modo adeguato.

Ovvero la persona comanda e dispone circa la propria professionalità e competenza, decidendo cosa e come studiare e le modalità organizzative e gestionali dell’agire professionale proprio e dei collaboratori.

Direi quindi che è il SAPER ESSERE  connotare sia il SAPERE che il SAPER FARE, conferendo continuità, ampiezza e spessore alla competenza professionale.

SAPER ESSERE si declina anche in:

  • SAPER STARE nelle situazioni che contano
  • SAPERCI FARE nella relazione con il cliente
  • SAPER FAR FARE nel processo di delega ai collaboratori
  • SAPER RIMANERE al passo con i tempi, capendo quando è ora di cambiare e riuscendo a farlo

Non è certamente semplice, ma dà sale alla vita.

E tu, da che SAPER ESSERE parti?

 

Non puoi pretendere di mungere la mucca, senza portarle ogni tanto un po’ di erba fresca!

Ti credo! Oggi c’è da fare.

Un sacco da fare.
E anche domani.
Posdomani poi…

Ogni giorno c’è tanto da fare, davvero tanto.

Considera però attentamente una cosa: quello che mungerai domani non dipende soltanto da ciò che fai oggi, ma anche da ciò che ascolti, incontri, vivi oggi.
E molte risposte (molta erba fresca) non crescono nell’ufficio o nei luoghi soliti, lo sai bene.

Conoscere nuove idee, incontrare persone, fare rete e costruire rapporti; piccoli e grandi tesori per un futuro che in ogni momento può diventare presente.

Grazie per la tua attenzione!

Dimenticavo… occhio a non rimanere in secca!

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Ci vuole calma (oltre che preparazione)

Ciao, più corri e più sbagli. Sembra ovvio, ma spesso cadiamo nel tranello di confondere velocità con fretta. E la fretta umilia la nostra preparazione, poiché quest’ultima, per darci modo di metterla a frutto con completezza, richiede il tempo e la calma mentale per essere richiamata, vagliata e per permetterle di aiutarci a scegliere la soluzione migliore, dato il contesto su cui stiamo operando. E questo è tanto più vero quanto più abbiamo a che fare con situazioni composite e complesse. Quello che meno serve in questi casi è cominciare a sentirsi sempre più insicuri, perché, da quando si è sbagliato per fretta alcune volte, poi risulta difficile fidarsi di se stessi come prima. Cosa fare: interrompere quanto prima la spirale avviata, prima che le permettiamo di minare nel profondo la nostra autostima e la convinzione delle nostre potenzialità Come:

  • imponendoci un metodo di lavoro che escluda la fretta, anche attraverso l’utilizzo dell’errore, per quanto doloroso, come strumento per migliorare;
  • creando le condizioni affinché possiamo delegare una parte dell’attività a collaboratori della cui competenza siamo certi;
  • creando dei meccanismi di verifica delle procedure messe in atto, che ci aiutino a non sbagliare e a scoprire gli eventuali errori, prima di chiudere la pratica. meglio se sono messi in atto da chi non ha svolto direttamente il lavoro.
  • Grazie per la tua attenzione.

    Quel famoso “terzo tempo”

    Ma quanti sono i tempi del lavoro?

    Credo che molte persone che operano in proprio, o che comunque godono di un buon livello di autonomia organizzativa nella gestione della propria attività, si trovino a fare i conti con due “tipi” di tempo:

  • quello in cui “non ho tempo di occuparmi di nulla che non sia tener dietro alle scadenze”
  • e quello in cui si avrebbe anche tempo, ma per vari motivi (rilassamento post-superlavoro, abitudine, pigrizia mentale, incompetenza, ecc.), non sia affronta un serio programma di miglioramento che metta in condizione di affrontare con maggiore serenità la successiva “sfuriata” di lavoro.
  • Ecco, oggi voglio parlare della necessità, oltreché dell’utilità, di trovare lo spazio, mentale e temporale, per un terzo tempo.

    Perché occorre il terzo tempo? Perché il primo ed il secondo sono quelli dell’insoddisfazione, dell’usura professionale e lavorativa, dell’entropia organizzativa, ovvero di tutta una serie di micro e macro situazione che nel medio/lungo periodo sfiancano il professionista e l’imprenditore, gli tolgono una buona fetta di remunerazione dell’impegno e del capitale investito e nuocciono gravemente al benessere dell’ambiente di lavoro.

    Il terzo tempo è quello dedicato a pensare, decidere, fare e far fare le cose importanti, che qui nel nostro discorso vogliamo distinguere nettamente da quelle urgenti, dalle scadenze, da tutti quei piccoli problemi, in gran parte evitabili, che contribuiscono ad avvelenare gradualmente, ma inesorabilmente, il nostro quotidiano.

    Terzo tempo, gioie e dolori… il terzo tempo va conquistato al lavoro e spesso a se stessi, riuscendo un po’ alla volta a cambiare il modo in cui viene gestito il tempo.
    Facciamoci caso un momento: se ti chiedo di aprire la tua agenda e di scorrere ciò che hai scritto per la prossima settimana, sono certo che vi troverai scadenze, appuntamenti, promemoria su cose da fare… URGENZE, insomma.

    Prova ora a sfogliare indietro e avanti le pagine (o le schermate) dell’agenda: fermati quando trovi un’annotazione che faccia riferimento a qualcosa che, se attuato, possa davvero migliorare in futuro la tua vita professionale e lavorativa.

    Cosa hai trovato? (Oppure, hai trovato qualcosa?)

  • Se hai trovato qualcosa, innanzi tutto mi complimento con te, davvero. Mi (e ti) auguro che tu abbia dato davvero corso a quegli impegni che hai assunto con te stesso.
  • Se invece non hai trovato nulla (e se al momento non sei soddisfatto della tua realtà professionale e lavorativa), come pensi (speri) che le cose possano migliorare in futuro?
  • Io penso che sia conveniente riuscire a trovare questo terzo tempo e a farlo fruttare al meglio. A cominciare dal renderlo “visibile” mettendolo in agenda e cercando, sempre, di mettere in pratica le belle parole scritte sulla carta (o sul video) del calendario.

    Grazie per l’attenzione!

    Rifiutare l’evidenza; ti conviene davvero?

    Ci sono delle situazioni in cui l’evidenza sembra non essere per nulla… evidente.

    Mi spiego meglio: poniamo il caso che tu sia il titolare di una piccola organizzazione che opera nel campo dei servizi immateriali.
    Nel corso degli anni hai lavorato con l’intento di riservare le attività maggiormente qualificanti solo per te, mentre hai lasciato al personale la parte più squisitamente operativa delle stesse. Hai creato tra il personale un tuo vice, di buona esperienza ed affinità caratteriale, ed un po’ alla volta hai iniziato a relazionarti solo con lui, mentre per gli altri collaboratori la comunicazione s’è ridotta all’essenziale ed hai iniziato a disertare il loro ufficio comune.

    Chiaramente dopo qualche anno il clima s’è appesantito e i dipendenti hanno iniziato a vedere con fastidio il collega ritenuto privilegiato. Nella convinzione delle tue ragioni, non sei intervenuto, neppure quando il tuo vice ha iniziato a comunicarti indirettamente, anche in modo insolente, che stava pensando di andarsene.

    Solo a cose ormai fatte sei intervenuto per trattenerlo, senza cercare in parallelo di riequilibrare la situazione.

    Andatosene, hai avuto la positiva sorpresa che l’ufficio ed il gruppo hanno trovato un proprio equilibrio ed il lavoro è continuato senza eccessivi stress da trapasso; diverse persone del gruppo hanno fatto un passo avanti nel loro lavoro.

    Dopo qualche tempo hai inserito una nuova persona, giovane ed inesperta, per farne il tuo vice… hai ripreso a parlare solo con quest’ultimo e a disertare l’open space del gruppo.

    Ovviamente nel giro di alcuni mesi gli altri hanno iniziato a mormorare sentendosi messi in secondo piano, per di più da un novizio…

    Solo quando la pulce t’è saltata all’orecchio sei intervenuto, preoccupato.

     

    A che serve l’esperienza se poi si ricade nel medesimo errore, quasi si trattasse della conseguenza di una natura impossibile da modificare?

     
    Ne abbiamo parlato anche qui.
     
    Grazie per l’attenzione!