In un pomeriggio di mezza estate

In un pomeriggio di mezza estate mi sono ritrovato a riordinare idee e appunti.

Complice una certa rarefazione degli impegni fuori studio, davvero provvidenziale, ho avuto l’occasione di riflettere sul lavoro degli ultimi mesi. Spesso lo riesco a fare solo mentre mi sposto, in viaggio, la sera; ieri mi è piaciuto avere a disposizione un tranquillo pomeriggio.

Sempre più spesso mi trovo a ragionare sui cambiamenti che sono chiamato a portare nelle aziende e a chiedermi quale deve essere la misura del mio intervento nei confronti delle persone che incontro o con le quali, talvolta, mi scontro.

Via via aumenta la consapevolezza che lavorare con le persone, soprattutto quando si entra sul “intimo” (abitudini, comportamenti, atteggiamenti e modalità di relazione con gli altri), sia una alchimia continua, nella quale esigere e basta non va mai bene.

Cerco di essere sempre trasparente; non amo il doppiogiochismo e credo che un rapporto basato sulla fiducia reciproca sia ciò che serve. Mi è capitato più volte di avere a che fare con individui disposti a calpestare qualsiasi cosa per ottenere una poltrona, una prebenda, un po’ di potere fine a se stesso. Purtroppo o per fortuna mi sono reso conto che non so stare a quel gioco e dunque me ne sono chiamato fuori; la storia non mi potrà annoverare fra i “furbi”.

Per questo il mio metodo di lavoro si basa sulla fiducia, “aprendo” per primo nei confronti dell’altro.
Come detto, cerco sempre di giocare il rapporto interpersonale a carte scoperte, senza avere come obiettivo primario il profitto, la prestazione, il risultato a qualunque costo.

Ciò che mi aspetto dalle persone con le quali lavoro è che maturino la consapevolezza che devono dare ciò che possono, niente di più, ma anche niente di meno, a prescindere da quanto questo sia.
Comprendo e rispetto le differenze individuali, ma a patto che queste siano coerenti con il vivere e il lavorare in un’organizzazione in modo rispettoso degli altri e produttivo per il sistema.

Questo lo metto in chiaro da subito:

proverai a farlo?

Ne avrai soddisfazione, da me e da te stesso….non vorrai provarci…. io non insisterò, se non per incitarti.

Riconoscerò e farò in modo che anche gli altri riconoscano gli sforzi che metterai in atto…ma se non vorrai impegnarti per quanto puoi, questa sarà una scelta tua e il fallimento sarà tuo, non mio.

E questo lo dico e lo faccio con serenità e senza pesantezza, ma anche con la necessaria fermezza, perché in gioco non c’è solo il singolo, ma pure i colleghi e l’organizzazione: posso condurre il cammello alla fonte, non costringerlo a bere.

Quella è una scelta solo sua; il mio compito è quello di aiutare la persona a maturare un buon livello di consapevolezza individuale ed organizzativa, ma poi la responsabilità è personale, anche perché aziende e studi professionali non possono funzionare al meglio se alle persone che vi operano serve un tutore.

Impegno, partecipazione e passione, sempre per quanto sia nelle possibilità di ognuno, sono gli ingredienti indispensabili per un buon amalgama.

[Foto scattata a Trento, luglio 2017]

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Cari i miei errori

Cari i miei errori.
Si, proprio i miei, quelli che ormai conosco così bene che… quasi non riesco a lasciarli, quasi temessi poi di sentirmi privo di una parte di me.
Quante volte ci sono cascato e, non contento, poi ci sono ricaduto ancora, come se non ne avessi mai abbastanza.
E ogni volta ho pensato di aver imparato la lezione.
E ogni volta, invece… ho scordato… di ricordare di aver imparato del tutto la lezione.
E ci sono ricaduto.

Alzi la mano chi non ha mai fatto dentro di sé pensieri simili a questo dialogo interiore!
Beh, se tu ci sei riuscito davvero, tanto di cappello!

Io invece ci devo lavorare spesso, anche se non sempre la cosa mi entusiasma.

Ho sempre pensato quanto sia importante, per gestire la situazione, conoscere il “nemico”, facendolo diventare un prezioso fornitore di informazioni e di dati. Insomma, se non un amico almeno un alleato.

Per questo scrivo, scrivo spesso.

E leggo, rileggo, anche tornando indietro di molto, ciò che ho scritto.

Spesso vedo i passi avanti, altre volte mi accorgo di quanto siano radicate certe “brutte” abitudini; ma non mollo e continuo a scrivere, a leggere e rileggere, a sorridere e a incazzarmi.

Grazie agli errori fatti cerco di evitare i vecchi e di farne di nuovi, da questo punto di vista la mia fantasia e’ davvero senza limiti!

E così imparo ancora, soprattutto a conoscermi.

 

Ci vuole calma (oltre che preparazione)

Ciao, più corri e più sbagli. Sembra ovvio, ma spesso cadiamo nel tranello di confondere velocità con fretta. E la fretta umilia la nostra preparazione, poiché quest’ultima, per darci modo di metterla a frutto con completezza, richiede il tempo e la calma mentale per essere richiamata, vagliata e per permetterle di aiutarci a scegliere la soluzione migliore, dato il contesto su cui stiamo operando. E questo è tanto più vero quanto più abbiamo a che fare con situazioni composite e complesse. Quello che meno serve in questi casi è cominciare a sentirsi sempre più insicuri, perché, da quando si è sbagliato per fretta alcune volte, poi risulta difficile fidarsi di se stessi come prima. Cosa fare: interrompere quanto prima la spirale avviata, prima che le permettiamo di minare nel profondo la nostra autostima e la convinzione delle nostre potenzialità Come:

  • imponendoci un metodo di lavoro che escluda la fretta, anche attraverso l’utilizzo dell’errore, per quanto doloroso, come strumento per migliorare;
  • creando le condizioni affinché possiamo delegare una parte dell’attività a collaboratori della cui competenza siamo certi;
  • creando dei meccanismi di verifica delle procedure messe in atto, che ci aiutino a non sbagliare e a scoprire gli eventuali errori, prima di chiudere la pratica. meglio se sono messi in atto da chi non ha svolto direttamente il lavoro.
  • Grazie per la tua attenzione.

    Di Padre in Figlio: come garantire continuità e produrre ricchezza

    Sei un imprenditore o  un professionista e stai affrontando o ti accingi ad affrontare il Passaggio Generazionale nella tua azienda o nel tuo studio?
    Pensi davvero che sia possibile vivere come se nulla fosse questo delicato momento?
    Ci tieni a valorizzare il lavoro che hai svolto con fatica fino ad ora e ad offrire le migliore opportunità ai tuoi figli?
    Temi che le cose possano mettersi male?

    Sai bene come sia facile far nascere un’azienda o uno studio professionale, rispetto a come sia maledettamente difficile garantire sviluppo e prosperità continuativa nel tempo.
    Molte sono le variabili in gioco, soprattutto quando famiglia e business si mescolano, generando mix a prodigioso effetto propulsivo o a micidiale rischio esplosivo.

    Moltissime sono le imprese e gli studi professionali italiani nati e cresciuti con una connotazione spiccatamente familiare; una recente ricerca (Business People luglio 2011) mette bene in luce il problema, evidenziando come ogni anno vi siano circa 65.000 imprese che affrontano il passaggio generazionale. Sarà una ghiotta opportunità  o un rischio mortale?

    Sai altrettanto bene che il tuo successo professionale è il frutto di competenza e di metodo: hai costruito un sistema che funziona e che ti ha portato fin qui.

    Il Passaggio Generazionale richiede un metodo efficace che ti metta in condizione di affrontare questo importante passaggio con serenità e successo, per il benessere tuo e della tua azienda/studio professionale.

    Di Padre in Figlio è un metodo, non è un prodotto.

    E’ un metodo che ti mette in condizione di agire in modo preciso ed efficace, trasformando in opportunità quella che per molti è una difficoltà.

    E’ il frutto di vent’anni di esperienza nella consulenza a imprese e studi professionali su questo tema specifico.

    Di Padre in Figlio è un metodo, non è un prodotto.

    Perché a te non serve solo un sapere teorico, ma vuoi saper prendere le scelte corrette, al momento più opportuno.

    Ogni momento di passaggio implica un cambiamento e dunque necessita di una attenzione diversa e maggiore rispetto a quella concessa alla routine quotidiana.
    Porre attenzione significa cercare di avere le idee chiare su quanto sta accadendo e accadrà e non lasciare che gli eventi evolvano senza un filo logico e coerente che può derivare soltanto da una regia presente e competente e da un progetto e chiaro e condiviso dagli attori in gioco.

    La fase di ricambio in un’organizzazione familiare è un momento straordinario della sua vita e dunque richiede una competenza specifica; inventarsi esperti è pericoloso.

    In un passaggio generazionale si mescolano aspetti personali e professionali, vita familiare ed esigenze aziendali. Si viene formando – spesso nell’arco di un periodo molto longo di convivenza di generazioni diverse – un mix di stili imprenditoriali, di tecniche manageriali più o meno inconsapevoli, che può risultare vincente o dirompente.

    Mancanza di organigramma – dunque di chiarezza e di metodo – ruoli decisionali aggrovigliati, aree di responsabilità mal distinte, procedure intricate e ridondanti, personale confuso e poco motivato, spesso sono il frutto di un processo di passaggio generazionale non gestito a dovere.

    Decisamente questo non è il periodo per correre questi rischi!

    Ti ricordo quest’altro articolo, dove svelo alcune importanti attenzioni da riservare al Passaggio Generazionale!

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