Ecche’ cavolo!

Solo se:

Non hai fatto nessuna telefonata extralavorativa

I tuoi social sono abbandonati

La tua cronologia internet è vuota

La chiavetta della macchina del caffè non è calata eccessivamente

Solo in questo caso puoi dire che non hai avuto tempo di occuparti di chi paga il tuo lavoro.

Sei d’accordo?

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In fondo non sarebbe difficile…

… vivere in un’organizzazione e lavorare con altre persone.

Basterebbe non farne reciprocamente una questione di vittoria o sconfitta, ma cogliere con passione l’opportunità di percorrere un tratto di strada assieme ad altri, perché solo in questo modo molti traguardi diventano realmente raggiungibili.

Accettando la fatica, imparando ad essere flessibili e diventando più pazienti e meno permalosi.

Ma l’arte di complicare le cose non sempre aiuta, anzi molto spetto sgambetta le migliori intenzioni.

Buon ferragosto!

Lavorare col lavoro

Mi hanno invitato ad intervenire in un convegno il cui tema è il lavoro, il suo futuro, i problemi che lo affliggono.

Ok, che c’è di strano?!

In fondo io … lavoro con il lavoro e dunque ritengo di poter dare un contributo da due diversi punti di vista, quello tecnico, che riguarda le procedure che regolano i rapporti di lavoro, e quello organizzativo, che fa riferimento alla relazione quotidiana fra azienda e dipendente.
Come sempre, quando si tratta di impegnare il tempo altrui, mi pongo il problema di farlo in modo utile, per loro e per me.
Credo che il tema lavoro si possa affrontare da alcuni diversi punti di vista, ma mi pare di cogliere che in sottofondo esistano delle schizofrenie ancora non risolte:

Le regole
In un’epoca in cui la parola d’ordine è semplificare, mai le norme sono state tanto complesse, intricate e confuse, quasi fossero frutto di un disegno diabolicamente razionale.
E parlando di regole non intendo solo le leggi; magari!
Per far funzionare il farraginoso armamentario normativo servono infatti decreti, regolamenti, circolari, messaggi, interpelli, sentenze, pareri, ecc., che complicano le cose e ritardano spesso di molti mesi la reale entrata in vigore della norma stessa.

Concorrono a rendere nebulosa la cornice anche i contratti collettivi nazionali e di secondo livello (territoriali, aziendali, individuali), che intervengono in modo diversificato a regolare i fatti e gli eventi che si verificano normalmente nella vita aziendale.
Basti pensare alle differenti normative regionali ed ai ritardi che per anni hanno imbrigliato l’apprendistato e ne hanno reso inutilmente complessa l’attivazione, così come alle differenti modalità per l’attivazioni di tirocini rivolti ai giovani.
E come dimenticare che anche le procedure informatizzate per il collocamento possono variare da regione a regione?
Come se questo non bastasse, i problemi si acuiscono anche perché la stesura di norme e contratti non avviene in modo organico, ma attraverso un continuo e frammentato aggiornamento e sostituzione di parti di testo, che a lungo andare non agevola di sicuro la linearità e l’omogeneità del dispositivo, rendendone di fatto poco agevole la comprensione  certa e l’applicazione.
Chi si occupa di lavoro (professionisti ed aziende) si trova dunque a doversi districare fra un groviglio di norme e precetti che a vario livello convivono con difficoltà e fatica, complicando il lavoro a chi vuole operare correttamente e offrendo il fianco a coloro che invece cercano scorciatoie e sotterfugi.

Queste regole e la loro formulazione costituiscono oggi un grande limite, ma influenzeranno anche il futuro, perché causano un dannoso rallentamento degli sforzi per uscire da una crisi, che in realtà si è rivelata un cambiamento epocale e irrinunciabile, per affrontare il quale serve slancio, non laccioli.
Il sistema delle regole, assieme a quello dell’istruzione e della formazione,  costituisce una fondamentale infrastruttura per il mondo del lavoro; oggi questa infrastruttura si rivela obsoleta, rabberciata, inefficiente. Fino a quando vogliamo mantenerla tale?

La tecnologia
Il nostro tempo si confronta sempre più con la tecnologia, che ha inciso e continuerà a modificare sempre più il nostro modo di vivere e di lavorare, affrettando il cambiamento dei comportamenti delle imprese e dei rapporti di lavoro.
Si parla di lavoro agile grazie all’evoluzione delle tecnologie ICT, che rimuovono barriere temporali e logistiche, ma aprono parimenti la riflessione su nuove forme di monitoraggio e controllo del lavoratore, potenzialmente sempre tracciato in ogni momento della sua vita, oltreché del lavoro.
Il ministro Poletti ha definito più volte l’orario di lavoro “un morto che cammina”, mentre i vincoli esistenti rendono di fatto impraticabile qualsiasi forma di flessibilità reale, basata sul risultato e non meramente sulle ore lavorate.
La meritocrazia fatica a trovare spazio in un panorama che da tempo ha decretato il livellamento verso il basso, a scapito di impegno personale, responsabilità e partecipazione.
Ne è un esempio lampante la scarsissima percentuale di organizzazioni e di PMI, che oggi dispone di un reale sistema di valutazione delle performance individuali e collettive e di un programma di incentivazione coordinato.

Il presidente INPS ha affermato pochi mesi or sono che il primo asse su cui INPS vuole migliorare è utilizzare al massimo le opportunità che ci offre la digitalizzazione, la comunicazione via telematica per stabilire un rapporto diretto con il mondo delle imprese, disintermediare questo rapporto. Le imprese non devono più necessariamente dover ricorrere a degli intermediari.
Oggi viviamo una realtà assai distante da questo “sogno”, con l’aggravante che l’interlocuzione con l’istituto è divenuta quanto mai complessa e lenta, per non dire impossibile, posto che sono state chiuse le tradizionali linee di dialogo reale, sacrificandole sull’altare di una mal interpretata digitalizzazione delle relazioni.
Negli ultimi anni la PA ha realizzato di fatto un’enorme esternalizzazione in termini di data entry sui propri archivi nei confronti dei professionisti, riuscendo in questo modo ad aggiornare i propri archivi in tempo reale, senza però saper valorizzare questa situazione con un’offerta di servizi efficienti, veloci e certi, anche in termine di monitoraggio tempestivo dei comportamenti irregolari.
Immaginare una tecnologia capace di gestire senza intervento umano l’attuale complessità della normativa è irrealistico; la strada da intraprendere è certamente quella della digitalizzazione, ma senza che i costi del progresso ricadano esclusivamente sui “soliti noti”.

Il lavoro
Siamo figli di una storia che distingue fra capitale e lavoro e li vuole duellanti ogni giorno l’uno di fronte all’altro, in un’eterna lotta di vittorie e sconfitte a somma zero, che hanno di fatto inchiodato verso il basso la produttività, limitato l’espressione dei talenti ed il riconoscimento del merito
Lo smart working (quasi una metafora del cambiamento) si propone come una dimensione nuova del rapporto di lavoro, dove di fatto il venir meno della subordinazione spaziale e temporale contribuisce a rendere attuali assetti organizzativi, che offrono spazio alla valorizzazione della performance del dipendente, avvicinandolo al lavoratore autonomo per quanto riguarda i comportamenti organizzativi.
Appare chiaro che un’azienda che decida di sviluppare il proprio modello di business servendosi dello smart working debba dedicare una particolare attenzione a condividere un patto di fiducia con il proprio personale, che sostanzialmente ridefinisca vincoli e diritti reciproci, anche per quanto attiene elementi cardine del rapporto di lavoro subordinato tradizionale, quali il potere di direzione e controllo o l’obbligo di fedeltà e riservatezza ed il cui focus è ora rappresentato dalla performance ottenuta dal lavoratore.

Un nuovo modo di intendere il lavoro è possibile? Non so, so però che è necessario, come è assolutamente indispensabile risolvere l’eterna ed anacronistica dicotomia fra lavoro subordinato ed autonomo.
Il lavoro è uno solo e rappresenta un diritto/dovere per ogni cittadino.

Quella sottile linea rossa…

Non c’è nulla da fare.

Ma proprio nulla!

È incredibile. Sembra una presa in giro.

Eppure è diventata la mia vita.

Cosa? Ma come?! Non è chiaro?!

Rimuovere quella sottile (ma tanto persistente) linea rossa che così frequentemente divide l’una dall’altra le mansioni chiave in un’azienda.

Sì perché sembra vi sia una oscura predisposizione a non comprendere come la collaborazione interna sia la via naturale per il successo di un’impresa, non la competizione.

Eppure l'”ho ragione io!” sembra spesso essere la ragione di vita di ben retribuiti dipendenti, che però dimostrano la lungimiranza di ottusi mocciosi al parco giochi.

Ma com’è mai possibile che idee ed investimenti debbano così ostinatamente arenarsi di fronte a questi miseri egoismi?

Ci sono ampi spazi di miglioramento!

Organigramma, perché é così importante?

Perché insisti con l’organigramma?

Perche’ e’ bene farlo!

Anche in una piccola realta’?

Certamente si!

Mi spiego; e’ tempo di fare ordine e di mantenere ordine. Sia nelle grandi che nelle piccole organizzazioni.

E’ tempo di produttivita’ e di competitivita’ e per raggiungere questi obiettivi ci vuole ordine, chiarezza, semplicita’. Bellezza. Si, bellezza, perché l’estetica organizzativa non va affatto trascurata, anche se comunemente non viene quasi mai presa in considerazione.
Semplicità e bellezza; perche’ cio’ che e’ semplice e bello di solito funziona. E bene. E poi ciò che è semplice si spiega facilmente agli alti e la chiarezza è alla base della qualità del lavoro e del buon funzionamento dei processi.

Quando entro in una nuova impresa o in uno studio professionale quasi mai trovo  l’organigramma, e quando esiste di solito non e’ un bel vedere. Raramente vi ritrovo ordine e chiarezza, molto frequentemente la descrizione della struttura si sovrappone a quella dei processi principali.
Insomma, un gomitolo, più che un organigramma!

Perché ritengo questa cosa un problema da risolvere? Perché una rappresentazione poco chiara é frutto di idee poco chiare; se non si é in grado di disegnare la propria azienda o il proprio studio professionale con chiarezza e precisione, figuriamoci quanto rischia di essere pressappochistica la gestione. Fino a quando i clienti sono molti e i potenziali clienti a portata di mano, fino a quando i margini di guadagno sono ampi, ci può stare – ahimè – sia il gomitolo ingarbugliato che il pressapochismo gestionale.

Ora non è più così, da diverso tempo peraltro, ma pochi se ne sono davvero resi conto ed hanno iniziato ad assumere comportamenti coerenti con la trasformazione in atto.

Stendere l’organigramma significa chiarirsi le idee su chi fa che cosa, individuare le aree scoperte, le sovrapposizioni, le possibili fonti di errori e diseconomie. E’ un primo passo importante verso il traguardo del lavorare meglio, faticando meno e guadagnando di più.

Qui scopri come fare!

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