Libertà di fare la differenza

Cosa ha fatto la differenza oggi?

«Tutto conta. Oggi ho vinto per un niente, so non ci credi, se non lavori sui dettagli non vinci una gara così. Mentalmente, con la lucidità, porti a casa tantissimo. Sto capendo che posso vincere in MotoGP, sono più consapevole del mio potenziale. Chi ti sta vicino te lo dice spesso, ma se non arrivano i risultati lo mandi a quel paese. Invece lavorare su certi aspetti ti aiuta a capire che ci sono i modi per migliorare».

Queste frasi sono di Andrea Divizioso, tratte da moto.it.

Direi che c’è da riflettere!

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In un pomeriggio di mezza estate

In un pomeriggio di mezza estate mi sono ritrovato a riordinare idee e appunti.

Complice una certa rarefazione degli impegni fuori studio, davvero provvidenziale, ho avuto l’occasione di riflettere sul lavoro degli ultimi mesi. Spesso lo riesco a fare solo mentre mi sposto, in viaggio, la sera; ieri mi è piaciuto avere a disposizione un tranquillo pomeriggio.

Sempre più spesso mi trovo a ragionare sui cambiamenti che sono chiamato a portare nelle aziende e a chiedermi quale deve essere la misura del mio intervento nei confronti delle persone che incontro o con le quali, talvolta, mi scontro.

Via via aumenta la consapevolezza che lavorare con le persone, soprattutto quando si entra sul “intimo” (abitudini, comportamenti, atteggiamenti e modalità di relazione con gli altri), sia una alchimia continua, nella quale esigere e basta non va mai bene.

Cerco di essere sempre trasparente; non amo il doppiogiochismo e credo che un rapporto basato sulla fiducia reciproca sia ciò che serve. Mi è capitato più volte di avere a che fare con individui disposti a calpestare qualsiasi cosa per ottenere una poltrona, una prebenda, un po’ di potere fine a se stesso. Purtroppo o per fortuna mi sono reso conto che non so stare a quel gioco e dunque me ne sono chiamato fuori; la storia non mi potrà annoverare fra i “furbi”.

Per questo il mio metodo di lavoro si basa sulla fiducia, “aprendo” per primo nei confronti dell’altro.
Come detto, cerco sempre di giocare il rapporto interpersonale a carte scoperte, senza avere come obiettivo primario il profitto, la prestazione, il risultato a qualunque costo.

Ciò che mi aspetto dalle persone con le quali lavoro è che maturino la consapevolezza che devono dare ciò che possono, niente di più, ma anche niente di meno, a prescindere da quanto questo sia.
Comprendo e rispetto le differenze individuali, ma a patto che queste siano coerenti con il vivere e il lavorare in un’organizzazione in modo rispettoso degli altri e produttivo per il sistema.

Questo lo metto in chiaro da subito:

proverai a farlo?

Ne avrai soddisfazione, da me e da te stesso….non vorrai provarci…. io non insisterò, se non per incitarti.

Riconoscerò e farò in modo che anche gli altri riconoscano gli sforzi che metterai in atto…ma se non vorrai impegnarti per quanto puoi, questa sarà una scelta tua e il fallimento sarà tuo, non mio.

E questo lo dico e lo faccio con serenità e senza pesantezza, ma anche con la necessaria fermezza, perché in gioco non c’è solo il singolo, ma pure i colleghi e l’organizzazione: posso condurre il cammello alla fonte, non costringerlo a bere.

Quella è una scelta solo sua; il mio compito è quello di aiutare la persona a maturare un buon livello di consapevolezza individuale ed organizzativa, ma poi la responsabilità è personale, anche perché aziende e studi professionali non possono funzionare al meglio se alle persone che vi operano serve un tutore.

Impegno, partecipazione e passione, sempre per quanto sia nelle possibilità di ognuno, sono gli ingredienti indispensabili per un buon amalgama.

[Foto scattata a Trento, luglio 2017]

Ti fermi ogni tanto ad osservare le fotografie?

In molte aziende (o studi professionali) è spesso proprio il titolare a costituire il principale ostacolo all’evoluzione positiva e dinamica della sua creatura, perché non dedica il tempo e l’attenzione necessaria ad elaborare e mettere in atto un vero progetto di sviluppo.

In questo modo rischia di perdere molte opportunità e si allontana via via sempre di più dal proprio contesto e mercato di riferimento.

Quando poi lo scollamento diventa eccessivamente pronunciato, è probabile che si trasformi in una frattura evidente fra le esigenze dei clienti (espresse ed implicite) e la capacità dell’impresa (o dello studio) di comprenderle e interpretarle. Ne consegue una perdita di credibilità agli occhi del cliente e il venir meno del rapporto fiduciario.

Si tratta in genere di un processo lento; ed è proprio questa progressione poco evidente, che non ne favorisce la percezione netta da parte del titolare.
Quasi come non si nota quanto una persona invecchi o ingrassi, quando la si vede ogni giorno.

Diverso è invece quando si ha occasione di osservare la stessa persona in scatti fotografici ripresi a distanza di tempo; in questo caso si colgono immediatamente le differenze, anzi, possiamo dire che balzino subito agli occhi e talvolta addirittura stupiscano.

Ma c’è di più: guardando la foto precedente si vedono molto spesso anche segni premonitori dell’evoluzione – positiva o negativa – che si riscontra nell’immagine successiva; a questo punto sorge la domanda:

Se lo avessi saputo prima, avresti agito diversamente?

Ecco dunque l’importanza di non limitarsi a lavorare a capofitto nel quotidiano, ma di fermarsi periodicamente, alzando lo sguardo e cercando di osservare la situazione sia con un occhio rivolto al futuro, sia con la capacità di inquadrare efficacemente la situazione in cui sta operando l’azienda (o lo studio), le dinamiche relazionali in atto (sia al suo interno che verso l’esterno) e la capacità di soddisfare realmente il cliente.

Per fare questo è di aiuto uno sguardo esterno ed esperto; questo il mio metodo di lavoro.

Grazie per la tua attenzione!

[Foto scattata presso l’Altopiano delle Cinquemiglia, in Abruzzo, nel luglio 2017]

A proposito di emozioni…

Lavorare significa generare emozioni, se possibile positive.

Pensare invece che si tratti semplicemente di tirare la carretta in modo meccanico e scarsamente partecipato, comporta uno scarso divertimento per chi lo fa ed una sensazione di efficacia limitata per chi lo riceve.

Non c’è da stupirsi se poi il feedback che segue denota perplessità e ridotta fidelizzazione.

[Foto scattata a Melara (RO), aprile 2017]

Patti chiari

…e amicizia lunga.

Così recita un vecchio adagio popolare.

L’immagine mostra un “comandamento” semplice e chiaro, con un memo sempre in vista per l’addetto che si interfaccia col cliente.

Molti anni or sono ne vidi un altro in una grande magazzino di Monaco, decisamente efficace nella formulazione, sempre rivolto al commesso:

SE NON SAI SORRIDERE, NON OCCUPARTI DI COMMERCIO

recitava.

Apprezzo particolarmente l’imprenditore che spiega chiaramente ai dipendenti cosa si aspetta da loro.

Ma pochi lo fanno, salvo poi lamentarsi della mancanza di “buon senso” (?!) evidenziata dai collaboratori.

Ma perché si ostinano a comportarsi cosi? Non è più semplice creare e condividere un codice di comportamento e proporre degli schemi di gioco? Come si fa a “fare squadra” altrimenti?

Immagine tratta da un episodio di Undercover Boss

Diamoci dentro!

Ma chi ha detto che solo i vecchi debbano avere perizia e mestiere? Ci sono tanti giovani dotati e capaci in giro per il mondo! Non solo: la vocazione vera, quella che fa tremare l’animo, e spinge ad affrontare la vita come un miracolo, si svela principalmente nei giovani e raramente si trova ancora nei vecchi.

Da ‘Passaggio in ombra” di Mariateresa Di Lascia, Ed. Feltrinelli

(Grazie ad Ale)