Diritti e doveri nel lavoro: cronache da un mondo irreale

Mi accade, ormai sempre più spesso, di constatare una marcata dissociazione tra quanto accade e lo scenario che percepisco attorno a me.

Mi spiego meglio: nei mesi scorsi si è a lungo dibattuto di detassazione dei premi erogati ai dipendenti, qualora fossero legati ad aumenti della produttività, della qualità, dell’efficienza e dell’efficacia dell’impresa.

Poichè pochissime aziende dispongono di strumenti idonei a monitorare la produttività e dunque atti a testimoniarne un eventuale aumento, il legislatore ha chiamato in causa in modo farraginoso la contrattazione di secondo livello, scatendando una ridda di interpretazioni più o meno fantasiose circa l’applicazione della norma.

Ne è nato un proliferare di accordi territoriali ed aziendali, tutti eguali e tutti diversi, finalizzati a sorreggere la fragile impalcatura che deve dare almeno una parvenza di serietà e di legittimità all’appricazione di questa forma di incentivo. Il risulato è che ancora oggi non tutti i lavoratori possono godere di tale opportunità, con i tempi che corrono…

Ovviamente in tutta questa faccenda la vera protagonista – la produttività – non ha visto concentrata su di sè alcuna attenzione; ciò che contava era creare la finzione perfetta.

Parimenti stamattina ho letto un articolo che ci riporta alla ormai lunga lotta tra Fiat e Fiom, ma che a mio modo di vedere rappresenta la lotta per la sopravvivenza di un mondo ormai divenuto virtuale, dove la regola ed il cavillo hanno definito una finzione, che si è man mano sorapposta e poi sostituita alla realtà vera.

Per dirla in altri termini, la mappa del territorio di molti leader, per ignoranza o per opportunismo, non ha più proprio nulla a che fare con il territorio. E questo si ripercuote in scelte e politiche assurde ed inconcludenti.

Peccato che poi tutti noi viviamo su quel territorio.
I concorrenti, intanto, sorpassano, sorridono, ringraziano.

Leggi l’articolo.

Grazie per l’attenzione.

Il Partito del lavoro

In questi giorni, sempre più frequentemente, si sente e si legge che il nostro paese funziona su un sistema di relazioni sindacali e di norme del diritto del lavoro vecchie ed ingessate, che fotografano una realtà che non esiste più. non riconoscono un contesto – micro e macro – profondamente cambiato, rispetto a quando nacquero i principi base che le ispirarono, figli di un epoca di consociativismo che appare necessario superare, rimuovendone la cultura.
Su Corsera di domenica 13 giugno Dario Di Vico afferma:

Appena si prospetta un vero quesito, il sistema italiano delle relazioni industriali imperniato su contratti nazionali e statuto dei lavoratori appare per quello che è: irrimediabilmente datato. Fermo alla sua età dell’oro, costruito attorno a un’idea novecentesca della competizione economica. … Non sa che le divisioni tra lavoro autonomo e dipendente hanno molto meno senso di prima.

Sullo stesso quotidiano Roger Abravanel sottolinea come

La ‘trappola del sommerso’ non è solo la concorrenza sleale che impedisce alle imprese migliori (anche qui piccole, medie e grandi) di crescere, ma anche la bassa efficienza delle imprese del sommerso che non possono permettersi personale di qualità, investimenti in tecnologia, credito bancario facile e a costi accettabili e assicurazione contri i rischi. Alla fine competono solo sulla base del prezzo e lo fanno pagando poco la gente.

Questa situazione richiede un intervento complessivo, che non si fermi alla riscrittura delle regole (o peggio a pezzi sparsi di regole), ma vada alla base della cultura che scrive queste regole.

Il lavoro è stato progressivamente svuotato di ogni elemento che non sia economico, mentre esso da sempre si lega in modo molto forte con la persona.

Dopo aver saputo il nome di uno sconosciuto, si chiede cosa fa di lavoro.

Il lavoro è elemento essenziale della socialità di un individuo e dell’espressione della sua personalità.

Il lavoro non è solo fatica; è anche fatica, impegno, dedizione, ma nel senso bello dei termini; è soprattutto opportunità per fare della propria esistenza ciò che si vuole.

Il lavoro è un diritto, ma solo se la parola è legata al corrispettivo dovere; un diritto-dovere dove il sociale si coniuga col privato.

Questo punto è di grande importanza, proprio in un periodo in cui si affronta costantemente il tema della riforma degli ammortizzatori sociali. Avendo avuto occasione di seguirne da vicino alcuni passi, ho maturato l’impressione che si voglia costruire una sorta di assicurazione esterna per salvaguardare la persona (e la famiglia) da ogni possibile contraccolpo legato a problematiche più o meno legate al mercato del lavoro.

Penso che questo approccio sia sbagliato, non tanto perchè non sia corretto garantire un reddito ad un nucleo familiare, quanto perchè mi pare rischioso promuovere questo tipo di scelte che rischiano di lanciare messaggi di disimpegno alle persone e soprattutto ai giovani.

Vorrei invece che si puntasse a considerare il lavoro come una parte importante della vita e dell’individuo, come una dimensione esperienziale che cresce e si modifica con l’individuo, che gli dà da mangiare ma anche offre aria per la sua mente e la sua vita, che gli permetta di crescere i figli ma anche di avere qualcosa da insegnare e raccontare loro.

Vorrei fosse supportata la dimensione sociale del fare non solo per sé ma per la società, proprio ora che vige invece un clima di esasperato individualismo, arrogante e meschino, ove il fine individuale, anche misero, giustifica ogni mezzo. Proprio mentre le società occidentali sembrano entrare in un buio baratro economico e culturale.

Immagino un’educazione al lavoro che costituisce metafora della responsabilità personale vissuta con determinazione e coerenza, quale unica risposta sensata per non essere divorati dall’incertezza di dover sempre dipendere da altri e dalle circostanze.

Sul tema della responsabilità si può innestare il sostegno, l’aiuto momentaneo; possono operare maestri e mentori per aiutare l’individuo a forgiare la propria responsabilità autotelica e proattiva, guardandosi bene dal sostituirsi ad essa e dall’accettare una delega in bianco.

E’ la stagione della responsabilità e delle scelte veloci; il lavoro può diventare la soddisfazione e non la croce di ognuno di noi.

Grazie per l’attenzione.

Adozione reciproca

Oggi su Corsera c’ era quest’articolo che ti voglio proporre

leggi qui!

Ma ti voglio proporre anche la lettura inversa dello stesso concetto:

Caro professionista, siamo tutti sulla stessa barca e dunque, se incontri un’azienda in difficoltà aiutala a superare il guado momentaneo, disinteressatamente.

Ogni volta che chiude un’azienda o uno studio diventiamo tutti un po’ più poveri; tanto o poco non importa.

Dedicato a Te!

Oggi ti propongo un’interessante articolo di Francesco Alberoni, che mi sembra proprio in sintonia con questo periodo dell’anno e con i temi che stiamo affrontando.

Tratta di crescita e di cambiamento possibile.

Ti invito a leggerlo, ma anche a rivolgere un pensiero di gratitudine a chi, vicino a te, ti aiuta ogni giorno a far sbocciare le tue staminali.

Ecco l’articolo.

Organizzazione aziendale: il Valore delle buone prassi

Riflettere in materia di buone prassi aiuta a crescere meglio.

Significa abbandonare inutili gelosie, ponendosi con apertura nel confronto di altre esperienze e non temendo di essere ‘depredati’ del proprio know how.

Su Il Sole 24 ore di venerdi 30 ottobre Giovanni Puglisi rettore IULM parla di buone prassi asserendo che esse

valgono più di mille teorie.

Il contesto è quello della PA e delle iniziative messe in atto nella comunicazione verso i cittadini.

Ma sono assai convinto che l’attenzione alla diffusione ed al confronto possa essere di grande utilità in ogni contesto, sia per i benefici diretti che può generare, sia per l’indubbio risvolto che può generare in materia di cultura organizzativa.

Investire sulla condivisione delle buone prassi genera contaminazioni positive e rende feconda la riflessione sull’assetto organizzativo e sull’operato gestionale di realtà grandi e piccole, senza impoverire nessuno.

Per chi è disponibile alla ‘scommessa’, ObiettivoEfficacia è a disposizione per diffondere e condividere proposte ed esperienze.

Grazie per l’attenzione!

Il coraggio della perseveranza paga sempre

Dale Carnegie, grande autore americano di sviluppo personale del ‘900,
scrive queste righe nel suo libro “Come vincere lo stress e cominciare vivere”.

Bernard Shaw una volta disse:”Se insegnate qualcosa a uno, non imparerà mai.”

E aveva ragione.

L’apprendimento è un processo attivo.

Solo facendo qulacosa s’impara.

Quindi se volete approfondire e perfezionare i principi spiegati in questo libro, applicateli in ogni occasione.

Altrimenti finirete per dimenticarli in fretta.

Solo le conoscenze delle quali si fa uso costante si fissano nel nostro cervello.
Così quando leggete questo libro ricordatevi che non state semplicement acquisendo informazioni.

State tentando di acquisire nuovi comportamenti.

Sì, state saggiando un nuovo sistema di vita.

Occorrerà quindi del tempo, perseveranza e applicazione costante.

Mi piacciono molto queste parole perchè danno veramente il senso della semplicità ma anche della responsabilità rispetto alla propria crescita personale.

Hai trovato un’idea, un concetto, uno stimolo che ti ha colpito?

Bene, non seppellirlo tra le buone intenzioni. ma inizia subito a metterlo in pratica e continua a farlo.

In poco tempo ti troverai a considerare come… ti sia diventato naturale addottare quel comportamento!

Grazie per la tua attenzione.

Ciao.